Incontro Cirielli-Paramonov diventa un caso. Tajani: “Non abbiamo rotto le relazioni con Mosca”

Maria Elena Ribezzo

 

L’incontro tra Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri in quota Fratelli d’Italia, e l’ambasciatore russo Aleksej Vladimirovichc Paramonov, imbarazza il governo e diventa un caso.

Se le le opposizioni parlano di gioco delle parti e gridano alle dimissioni del vice di Antonio Tajani, il ministro degli Esteri davanti alle telecamere tenta di stemperare le polemiche e ricorda: “Non abbiamo rotto relazioni diplomatiche con la Federazione Russa”, precisando che in Russia operano anche 340 imprese italiane. Il colloquio, avvenuto diverse settimane fa, a detta del vicepremier è servito a ribadire la posizione italiana e “non si è svolto in segreto” ma al ministero degli Esteri e alla presenza di funzionari della Farnesina.

Intervistato dall’agenzia di stampa russa Ria Novosti, il mese scorso, l’ambasciatore di Mosca aveva accusato Meloni di “adottare la condotta dello struzzo“, fingendo cioè che “l’assenza di cooperazione e di dialogo con la Russia non stia avendo alcun tipo d’impatto sull’Italia“. Il senatore di Azione Marco Lombardo ricorda però che Cirielli aveva già incontrato in passato esponenti del governo georgiano filo-russo, nonostante “tutte le critiche che avevamo presentato dalle opposizioni per un regime che opprime il popolo georgiano per le sue posizioni pro-Ue“. In quell’occasione la Farnesina e il Governo “erano informati“, scrive su X il senatore, accusando l’esecutivo di creare deliberatamente un cortocircuito rispetto al tema delle relazioni con la Russia: “A parole sono tutti dalla parte dell’Ucraina e delle sanzioni alla Russia, ma nei fatti sono il ventre molle della Russia in Europa”. Il partito di Carlo Calenda, inoltre, chiede in un’interrogazione al ministro degli Esteri “quale fosse il fine dell’incontro, quali temi siano stati affrontati, quale previa autorizzazione o intesa vi fosse tra il Viceministro Cirielli e il Ministro degli esteri e il Presidente del Consiglio; se il ministro non ritenga che, ove l’iniziativa non sia stata preventivamente autorizzata, il viceministro Cirielli debba rassegnare le dimissioni e, ove sia stata invece autorizzata, se il ministro non ritenga che il Governo debba immediatamente riferire al Parlamento le ragioni di questa scelta così equivoca e compromettente, ben diversa dalla normale routine diplomatica con un Paese sottoposto a sanzioni per una guerra di aggressione“.

La vicenda lascia “sconcertati” per il responsabile Esteri di Italia Viva, Ivan Scalfarotto, che domanda al governo di spiegare per quale motivo un esponente di spicco del partito della premier voglia “riavvicinarsi a Mosca“: “Non so quale delle due ipotesi che circolano sia la peggiore, se Cirielli ha agito di sua iniziativa o se, come egli stesso sostiene, l’incontro era noto alla Farnesina. In ogni caso di ‘prassi’ non c’è proprio nulla e Cirielli farebbe bene a lasciare l’incarico“, sottolinea Scalfarotto, ricordando che la Russia è “un paese invasore, che rifiuta la pace, e che ha più volte tenuto posizioni aggressive nei confronti del nostro paese“.

Sulla vicenda, il Partito democratico presenta un’interpellanza urgente a Meloni e Tajani. L’iniziativa, promossa dai deputati democratici della commissione Esteri della Camera impegna il Governo a chiarire tre questioni: se possa fornire una ricostruzione puntuale dell’incontro tra Cirielli e Paramonov, indicando con precisione la data, il luogo, le modalità di svolgimento e i principali temi trattati nel corso del colloquio; se e con quali modalità premier e vicepremier siano stati informati dell’incontro e dei suoi contenuti; se l’esecutivo ritenga che l’incontro, pur rientrando nelle normali prassi diplomatiche, sia “coerente con la linea politica ufficiale dell’Italia nei confronti della Russia” e con gli impegni internazionali assunti nell’ambito dell’Unione europea, e se intenda assumere iniziative volte a garantire una piena trasparenza parlamentare in merito a tali interlocuzioni future.

Allarme Confesercenti: in un anno 21.700 negozi in meno. Più lavoro, ma calano i redditi

La piccola e media impresa continua ad avere troppo poco ossigeno. I dati dell’assemblea annuale di Confesercenti parlano chiaro: in un solo anno, dal 2024 al 2025, hanno tirato giù la serranda 21.700 imprese nei tre settori chiave: commercio al dettaglio, alloggio e ristorazione. In percentuale, si tratta del 2,9 in meno in dodici mesi. Altra nota molto dolente per il comparto è quella che riguarda il lavoro.

Il paradosso evidenziato dall’analisi di Confesercenti è che, a fronte di cifre record per l’occupazione, che a ottobre tocca il record del 62,7%, c’è una perdita del reddito medio di circa 4mila euro l’anno rispetto al 2007: circa 1.200 euro in meno per i dipendenti e addirittura 9.800 euro per autonomi e professionisti. “Parlare di lavoro per noi significa parlare di lavoro autonomo, di lavoro dipendente, del lavoro dei professionisti e dei collaboratori; significa avere il coraggio di parlare di povertà del lavoro anche per imprenditori e autonomi, di contratti, di welfare e bilateralità”, dice il presidente dell’associazione, Nico Gronchi.

Il tema è presente anche nel messaggio inviato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. “Le iniziative a sostegno di questi settori appaiono lungimiranti ed è essenziale che i salari e i redditi che ne derivano corrispondano alle attese definite dalla Costituzione”. Il capo dello Stato sottolinea, infatti, che “le piccole e medie imprese, i lavoratori autonomi, nei settori del turismo, del commercio, dei servizi, dell’artigianato, dell’industria sono importanti veicoli di crescita occupazionale e di sviluppo”. Riconosce a queste realtà di essere “propulsori del rafforzamento della coesione sociale, elementi fondamentali della ripresa nelle aree soggette a spopolamento, nodi di connessione della convivenza civile nelle periferie e trasferiscono preziose competenze ai giovani che intendono approcciarsi a questi ambiti professionali, contribuendo al progresso economico, incrementando il benessere delle comunità”.

Quello della desertificazione commerciale è un rischio più che concreto, che l’associazione mette in luce con chiarezza: “Tra il 2014 ed il 2024, oltre 26 milioni di residenti hanno visto sparire una o più attività commerciali di base dal proprio comune”. Per capire la portata del fenomeno, oggi, nel 2025, in Italia “ci sono 1.113 comuni (circa uno su otto) del tutto privi di un’impresa del commercio alimentare”.

Al governo Confesercenti chiede di tenere i riflettori sempre accesi sulle criticità. La ministra del Lavoro, Marina Calderone, risponde con le misure della prossima legge di Bilancio: “Ci saranno 2 miliardi per il lavoro, sui 18 totali – scrive nel messaggio inviato all’assemblea annuale -. Sottoponiamo a tassazione agevolata i rinnovi contrattuali e allo stesso tempo abbiamo valorizzato il salario aggiuntivo di secondo livello. Abbiamo innalzato il limite massimo agevolabile da 3.000 a 5.000 euro in favore dei premi di produttività e abbassato la tassazione agevolata all’1%. Abbiamo elevato la nuova soglia di esenzione fiscale per i buoni pasto elettronici, portandola a 10 euro, una misura di welfare che sostiene il potere di acquisto dei lavoratori, delle famiglie e aiuta i consumi interni. Tante altre misure per il lavoro sono in legge di bilancio e in sede di conversione della manovra, che il parlamento sta cercando di migliorare, ci saranno ulteriori misure in favore di imprese, lavoratori e famiglie”.

Un altro fattore che incide in maniera fortemente negativa è quello dei cosiddetti contratti pirata. Confesercenti calcola perdite dirette e indirette “di quasi 1,5 miliardi di euro sottratti al sistema economico ogni anno”. Che hanno, ovviamente, un impatto rilevante anche per lo Stato: “Il minor gettito Irpef causato dai contratti in dumping è di oltre 300 milioni di euro, mentre il minor gettito contributivo è di quasi 450 milioni”. Così come la crescita dell’e-commerce, che non viene visto come “un avversario da demonizzare”, più di un problema lo sta creando con oltre un miliardo di pacchi consegnati solo nel 2025: una media di 18 colli per residente. “Il ddl per le micro, piccole e medie imprese, che sarà legge entro fine anno, offre strumenti efficaci per incentivare l’aggregazione aziendale, l’innovazione del sistema produttivo e l’accesso al credito”, sottolinea il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, nel suo messaggio. Garantendo che per il contrasto al fenomeno dell’ultra fast fashion “prevediamo l’estensione della responsabilità del produttore (EPR) ai prodotti tessili e un contributo di 2 euro per pacchi con prezzo sotto i 150 euro provenienti da Paesi extra-Ue, destinato a potenziare i controlli doganali”.

Impegni che conferma anche il vicepremier, Antonio Tajani, annunciando la riforma della Farnesina, a partire da gennaio: “Sarà un ministero anche economico, al servizio degli operatori con estero che non devono sentirsi soli, soprattutto le piccole imprese”. Perché “la politica ha il dovere di permettervi di continuare ad essere protagonisti della crescita del Paese”.

Magari in un futuro di pace, che sarebbe fondamentale anche a livello economico. Le stime di Confesercenti, infatti, rivelano che se finissero tensioni e conflitti attualmente in corso il Pil potrebbe fare un balzo in avanti di 3,8 punti percentuali in tre anni, con un aumento in termini assoluti di 148 miliardi, con un conseguente incremento dei consumi del 3,1%, ossia 78 miliardi. Una speranza, ma anche ossigeno puro.

Difesa, Meloni studia potenzialità di Safe con le partecipate: “Strategia su investimenti”

Dario Borriello Archiviato (per modo di dire) il discorso dei dazi Usa, è tempo di riprendere il filo del piano industriale sulla difesa. I segnali che arrivano dall’Europa non si sono mai veramente interrotti e l’Italia deve prepararsi adeguatamente al nuovo corso continentale. Ragion per cui Giorgia Meloni riunisce a Palazzo Chigi i vertici delle società partecipate che saranno tra i player di questa partita.

L’Italia è tra i Paesi che hanno chiesto a Bruxelles di attivare il Safe, acronimo di Security action for Europe, lo strumento finanziario del piano Rearm/Readiness 2030 Ue, che prevede di raccogliere sui mercati finanziari fino a 150 miliardi di euro da destinare a chi sosterrà investimenti nella difesa, nelle infrastrutture a duplice uso, nelle capacità informatiche e nelle catene di approvvigionamento strategiche. Stando a quanto filtra dal governo, Meloni ha chiesto ai manager di “avviare un confronto nell’ambito delle recenti novità tese a dare priorità alla Sicurezza e alla difesa a livello europeo, al fine di tradurre in termini di occupazione e crescita gli strumenti messi a disposizione dalla Commissione europea, quali Safe ed Escape clause (clausola di fuga), che consente ai governi nazionali di assumere impegni di spesa nel settore senza incidere sul Patto di stabilità e crescita”. Ad ascoltare le richieste della premier, che al suo fianco aveva anche il vicepremier, Antonio Tajani, e i ministri della Difesa, Guido Crosetto, e naturalmente dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, c’erano i ceo delle più importanti aziende su cui lo Stato può contare in questa nuova transizione. Dall’amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, all’ad e direttore generale di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, poi i ceo di Cassa depositi e prestiti, Dario Scannapieco, e Invitalia, Bernardo Mattarella, e l’amministratore delegato e direttore generale del Gruppo Fs, Stefano Donnarumma.

Ciò che emerge dalla riunione è la necessità di “delineare una strategia che identifichi i principali punti sui quali investire, attivare più possibile investimenti dual use”, cioè che consentano di avere un ritorno anche sul piano civile, e “definire una compatibilità dei nostri investimenti con quelli attivati dai partner europei”. Il focus deve essere condotto con profondità, ma in tempi non troppo dilatati.

Le iniziative adottate in Europa non dispiacciono a Roma, soprattutto il Safe i cui debiti, soltanto pochi giorni fa, Giorgetti valutava “interessanti, perché sono più convenienti dei Btp, è una fonte di finanziamento alternativa per finanziare delle spese per la spesa di investimento della Difesa che in larga parte sono già previste e che sono già in itinere”. Sullo strumento ci punta molto la Commissione, che prevede di attivare almeno 127 miliardi di euro di potenziali appalti per la difesa. Una cifra invitante, su cui si sono accesi i riflettori dell’Italia che vuole valorizzare l’opportunità del Safe, così come altri 18 Stati membri, ad esclusione della Germania, che al momento non ha presentato manifestazioni di interesse. Non è detto che la situazione non possa cambiare nei prossimi mesi, motivo in più, per il governo, di accelerare e non rischiare di arrivare impreparato al momento clou. Che non dovrebbe essere poi troppo lontano.

Per Meloni dazi al 15% “sostenibili”. Ma Schlein attacca: “Resa alle imposizioni di Trump”

Per Giorgia Meloni avere dazi sulle esportazioni in Usa al 15% è una “base sostenibile”. Sicuramente meglio di una guerra commerciale, che “avrebbe avuto conseguenze imprevedibili, potenzialmente devastanti”. La premier, da Addis Abeba, dice la sua sull’accordo stretto da Donald Trump e Ursula von der Leyen in Scozia, ma intravede ancora qualche spiraglio nelle pieghe del negoziato tra Bruxelles e Washington: “Bisogna valutare i dettagli e lavorarci, perché quello sottoscritto domenica non è vincolante, su alcune cose c’è ancora da battersi”.

Il pensiero, ovviamente, corre a settori come la farmaceutica o i vini, che pesano per un Paese come l’Italia. Si tratta di speranze più che di certezze, ma visti i tempi è pur sempre un punto di partenza migliore del 30% prospettato solo poche settimane fa dal tycoon. Meloni riconosce alla presidente della Commissione Ue di essere stata chiara nel dire che “bisogna andare nei dettagli, dunque essere certi che ci siano alcuni settori sensibili inseriti nell’accordo”, verificando se siano possibili esenzioni, “particolarmente su alcuni prodotti agricoli”.

La presidente del Consiglio non si sbilancia, invece, sugli approvvigionamenti di energia dagli Usa: “Non so a cosa si riferisca, al momento non so valutarlo”. Vuole prima vedere i testi nero su bianco, anche se nel frattempo vanno studiate strategie per aiutare i settori che ne usciranno più colpiti dai dazi. Sul punto Meloni si aspetta di più dall’Ue: “Semplificazioni, mercato unico, c’è tutto un lavoro su cui l’Europa non può più perdere tempo, anzi deve accelerare e compensare i possibili limiti”.

La macchina italiana, intanto, si attiva. Antonio Tajani riunisce alla Farnesina i rappresentanti del mondo produttivo, davanti ai quali ammette che i dazi al 15% sono alti ma “sostenibili”, confermando così la versione del governo. “Il rischio era avere una situazione peggiore”, ammette il ministro degli Esteri agli imprenditori, ai quali esprime una preoccupazione ancora maggiore: “La svalutazione del dollaro, una sorta di altro dazio”. La speranza è che la Bce abbassi ancora i tassi, ma di soluzioni ne prospetta almeno un paio a caldo: “Un quantitative easing o una procedura accelerata modificando per qualche mese il Sme Supporting Factor, che agevola il credito alle piccole e medie imprese, portandolo da 2,5 a 5 milioni”.

Se agli occhi del vicepremier “questa era la migliore trattativa possibile”, per il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, “forse era difficile fare di più”. Il responsabile del Mase ritiene che sia presto per valutare gli impatti dei dazi sull’economia italiana, ma una battuta geo-economica se la concede a ‘PiazzAsiago’: “Per noi sicuramente Kamala Harris sarebbe stata più conveniente”.

Almeno su questo non potrebbe che concordare Elly Schlein. “Non è un buon accordo come sostiene il governo Meloni – commenta la segretaria del Pd -. Ha i tratti di una resa alle imposizioni americane, dovuta al fatto che il governo italiano insieme ad altri governi nazionalisti totalmente subalterni a Trump, hanno spinto per una linea morbida e accondiscendente che ha minato l’unità europea e indebolito la posizione negoziale dell’Ue”, attacca. Senza risparmiare critiche all’esecutivo: “Anziché lottare per rinnovare i 750 mld di investimenti comuni europei del Next Generation Eu, Meloni e i suoi sodali ne regalano uno identico per portata agli Stati Uniti di Trump”. Schlein chiede risposte immediate sugli aiuti alle imprese e nel frattempo guida la ruspa verso Palazzo Chigi: “Altro che ponte con gli Usa, questa amicizia a senso unico di Meloni con Trump avrà un costo altissimo per le imprese e lavoratori italiani”.

I dem sono attivissimi e rispolverano parole di Giancarlo Giorgetti di un paio di settimane fa, sostenendo che il ministro dell’Economia ritenesse “insostenibile” ogni accordo diverso dal 10%. Fonti del Mef, però, rilanciano in tempo reale il video del 15 luglio scorso, in cui Giorgetti ammette che ricalcare i termini dell’accordo stretto con il Regno Unito “non è nella disponibilità” degli Usa, e pochi istanti dopo aggiunge che “non si può andare molto lontano da questo numero, altrimenti diventa insostenibile”. In effetti, un po’ di differenza la fa.

Ma è tutta l’opposizione a protestare per un accordo che ritiene una “resa incondizionata al sovranismo” del tycoon, per dirla con l’espressione del leader di Iv, Matteo Renzi. Duro anche Giuseppe Conte, che fa il raffronto tra la reazione di Meloni e quella di altri leader europei, ad esempio Francois Bayrou: “Si proclama sovranista, poi diventa portabandiera dello slogan ‘America First’. Crolla il castello di carte di Giorgia Meloni: una premier che, pur di compiacere la Casa Bianca, ha deciso di sacrificare il presente e il futuro di milioni di italiani. Nessun sussulto di dignità, nessun allarmismo per un Paese che corre verso il baratro”. Per Angelo Bonelli (Avs), poi, “spendere 750 miliardi di euro in gas americano significa dire addio alla transizione energetica e costringere famiglie e imprese italiane a bollette sempre più care”. Il coro, comunque, è unanimemente negativo, preannunciando una nuova estate calda della politica. Con il meteo che, ancora una volta, non c’entra.

Tajani apre la Via del Cotone alla Croazia: “Non può non essere protagonista”

Photo credit: account X ministero degli Esteri

 

Il momento “è complicato”. Lo sa bene Antonio Tajani, che da ministro degli Esteri si è visto piombare sulla scrivania, dal giorno zero, il dossier dazi. Da quel momento qualcosa, anzi tutto, è cambiato nei piani dell’Occidente. Da quando Washington ha deciso di alzare il muro commerciale sulle importazioni negli Usa, l’Europa ha dovuto ritrovare prima l’unità e poi elaborare una exit strategy per non veder crollare la crescita degli Stati membri.

L’Italia ha fatto un proprio piano, ma riguarda principalmente i mercati da ‘aggredire’: termine tecnico un po’ duro, perché in realtà serve armonia per non perdere terreno. E alleati, altra cosa che Tajani sa perfettamente. Una nuova occasione in questo senso se l’è giocata a Zagabria, al business forum Italia-Croazia, aprendo le porte di un progetto a cui il nostro Paese tiene molto, e non solo per la fine della Via della Seta. O meglio, non più solo per quello, visto che Donald Trump rinvia l’entrata in vigore dei dazi, ma non li cancella (per ora). “Sosteniamo il lavoro del commissario Ue Maros Sefcovic per cercare di raggiungere un accordo con gli Usa”, dice il vicepremier alla platea di imprenditori dei due Paesi, “nel frattempo dobbiamo lavorare insieme e credo che una delle opportunità che abbiamo di fronte è il corridoio Imec, che noi chiamiamo la Via del Cotone, quello che parte dall’India, attraversa Israele, i paesi del Golfo, l’Africa e poi sale sul Mediterraneo verso il nord”. Il ragionamento di Tajani è semplice: “Riteniamo che il porto di Trieste possa essere il terminale o il punto di partenza di questo corridoio commerciale, infrastrutturale e, naturalmente, la Croazia, paese che si affaccia sul mare Adriatico, non può non essere protagonista anche di questa nuova stagione infrastrutturale e commerciale”.

Il ministro rivela di avere in mente “di riunire, alla fine dell’anno, i ministri dei Paesi coinvolti e credo che la Croazia non possa non essere protagonista di un’iniziativa del genere, perché se pensiamo che si debba realizzare una ferrovia da Belgrado a Trieste, Zagabria non può non essere uno dei punti fermi di questo nuovo percorso che deve favorire commercio e sviluppo economico”.

Alleati, dunque. “Gli imprenditori croati sono benvenuti nel nostro Paese: credo che insieme, come joint venture, si possa lavorare anche al di fuori dell’Unione europea. Penso al continente africano, al Sudamerica, all’Asia, l’India – sottolinea il vicepresidente del Consiglio -. Si possono creare cooperazioni tra noi Paesi europei per avere una presenza che favorisca la crescita delle nostre economie”.

Giusto per capire la portata che avrebbe un’operazione del genere, bisogna partire dal livello di interscambi bilaterali che c’è tra Italia e Croazia: stabilmente sugli 8,35 miliardi di euro, con Roma che nel 2024 ha totalizzato 5,6 miliardi di export, un punto percentuale in più dell’anno precedente. Il settore più incisivo è quello petrolifero, ma sono ottimi i risultati anche sui metalli di base e prodotti in metallo, il tessile, l’agroalimentare. In Croazia lavorano oltre 300 imprese italiane, dal campo bancario e assicurativo a quello del turismo, ma pure meccanica, tessile, energia, legname e trasporti. L’interesse è forte anche nel settore ferroviario e nell’energia. Non a caso Tajani, sul punto, dedica un passaggio del suo intervento: “Speriamo che le guerre finiscano presto e si possa abbassare il costo dell’energia. Ma proprio perché ci sono tante opportunità di collaborazione comune, credo che anche da questo punto di vista si possa fare qualche passo in avanti per cercare di ridurre i costi”. Tutti motivi più che validi per provare a stringere una partnership che vada anche oltre il mercato interno europeo. Perché “il momento è complicato”, appunto.

Dazi, Italia predica cautela e spera in retromarcia Trump. Tajani: “Usa non autolesionisti”

Il rischio è fare il passo sbagliato, ma le pressioni aumentano giorno dopo giorno. Dal 2 aprile i dazi imposti da Donald Trump dovrebbero essere effettivi e l’Italia potrebbe pagare un prezzo molto alto alle politiche del presidente degli Stati Uniti. Ma la parola d’ordine nel governo è prudenza, ben sapendo che l’onere della trattativa con Washington spetta all’Ue. Anche se l’uscita di Ursula von der Leyen sull’Europa pronta alla “vendetta”, poi corretta in “risposta”, non lascia tanto tranquilla Roma.

Per il vicepremier, Antonio Tajani, “una guerra commerciale non credo possa produrre effetti positivi anche per l’economia americana, sia per quel che riguarda il mercato delle auto, sia per quanto riguarda l’inflazione, perché se arriva, poi, la Fed come reagisce? Aumentando il costo del denaro”. Il ministro degli Esteri crede ancora nella forza del dialogo e del confronto, perché “non penso che gli americani vogliano essere autolesionisti”.

Non prende bene le parole della presidente della Commissione Ue nemmeno l’altro vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini, anche se le concede il beneficio d’inventario stavolta. “Vendicarsi dei dazi di Trump? Se von der leyen ha detto così è stata una scelta infelice: vendicarsi e aprire guerre commerciali non fa l’interesse di nessuno, spero sia stata fraintesa e mal tradotta – dice il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti -. Fare la guerra agli Stati Uniti non è una cosa intelligente, le guerre su campo vanno risolte sul tavolo non con le vendette o controdazi”.

L’obiettivo dichiarato del leader leghista, semmai, è stringere ancora di più i bulloni dell’alleanza con gli States. Personalmente ci ha provato nei giorni scorsi, in un colloquio telefonico con il vice di Trump, JD Vance, col quale ha parlato di una missione con le aziende italiane Oltreoceano. Opportunità di cui potrebbero parlare di persone dal 18 al 20 aprile prossimi, perché proprio Vance ha in programma una visita a Roma – come segnala Bloomberg -, sebbene trapeli solo di una richiesta, quella di incontrare la premier, Giorgia Meloni. Ma se questa volta non sarà possibile il faccia a faccia, Salvini non ne farà un dramma: “Non posso inseguire le agende mediatiche. Io l’ho invitato a vedere le Olimpiadi, se venisse anche prima sarebbe un’opportunità incontrarlo”. Chi vivrà vedrà.

Nel frattempo c’è da risolvere la grana dei dazi. Che la strada da seguire sia il dialogo ne è convinto anche Adolfo Urso: “Dobbiamo scongiurare l’escalation che accrescerebbe il danno. Bene fa la Commissione europea a riflettere prima di reagire”. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy predica “cautela”, perché è meglio “aspettare le decisioni del presidente Trump, che spesso ha annunciato delle cose e poi ne ha fatte altre o comunque le ha commisurate”.

Posizioni, quelle degli esponenti di governo, che agli occhi delle opposizioni sembrano andare in senso opposto l’una dall’altra. Infatti, il fuoco di fila va dal Pd ai Cinquestelle, ad Avs e Italia viva. La partita sembra comunque ancora aperta e tutta da giocare, a patto che l’Europa assuma un ruolo da protagonista in un negoziato con gli Usa che si presenta tutt’altro che facile.

Ponte sullo Stretto, il governo tira dritto. M5S attacca: “Si arrampicano sugli specchi”

Sul Ponte non sventola bandiera bianca. Il governo va avanti sull’opera che dovrà collegare la Sicilia alla Calabria, dunque, al continente, dal 2032. L’ammissibilità stabilita dal Tar del Lazio sul ricorso del Comune di Villa San Giovanni e della Città metropolitana di Reggio Calabria in merito al parere della Commissione Via Vas non sembra aver intaccato le convinzioni dell’esecutivo.

Né quelle della Stretto di Messina Spa, tant’è che l’amministratore delegato, Pietro Ciucci, ritiene “infondata la notizia”.
Il ragionamento del manager è che “la ricostruzione dei fatti non è assolutamente coerente con lo svolgimento dell’udienza”, perché “l’avvocato incaricato dalle due amministrazioni ha rinunciato alla fase cautelare da lui stesso richiesta, con conseguente cancellazione dal ruolo della causa disposta dal Presidente della sezione”. Per questo, spiega Ciucci, “è falso che il Tar abbia ‘dichiarato ammissibile l’impugnazione del parere della commissione Via Vas’ e non abbia accolto l’istanza del Mit e di Stretto di Messina”.

Tutto andrà avanti, dunque. Come dimostra la risposta fornita dal sottosegretario all’Ambiente e sicurezza energetica, Claudio Barbaro, alla Camera, a un’interpellanza urgente presentata dal Movimento 5 Stelle. “Sotto il profilo del giudizio d’incidenza ambientale l’istruttoria è stata compiuta, guardando a molteplici profili e giungendo a una accurata differenziazione per fattispecie di Zps e Zsc – dice l’esponente del Mase -. Ciò a ulteriore dimostrazione del grado di approfondimento svolto nella fase procedimentale prevista”.

Una risposta che, ovviamente, non soddisfa le opposizioni. Il Cinquestelle, Agostino Santillo, che ha firmato l’interpellanza, replica a muso duro: “Il governo si è arrampicato sugli specchi”. La principale lamentela riguarda lo stanziamento di 13,5 miliardi, che “con tutti i guai che vive ogni giorno la nostra rete ferroviaria, è inaccettabile”, accusa il parlamentare M5S.

Il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, intanto, incassa nuovamente l’appoggio dell’alleato Forza Italia. Il vicepremier e responsabile della Farnesina, Antonio Tajani, infatti, ritiene che Matteo Salvinistia facendo bene e crediamo debba andare avanti nel processo del Ponte sullo Stretto, tema caro a Silvio Berlusconi”, dice ai microfoni di Sky.

Prima della posa della prima pietra, però, restano ancora dei passaggi da completare, il più importante dei quali è il via libera definitivo al progetto che dovrà dare il Cipess. Tutte le parti in campo sono al lavoro, ma l’impressione è che il braccio di ferro politico andrà avanti ancora a lungo.

Cdm e vertice governo, inizia ‘l’autunno’ della politica. Riflettori sulla legge di Bilancio

Giornata piena a Palazzo Chigi, quella di oggi 30 agosto. Con il vertice di governo tra la premier, Giorgia Meloni, e i suoi vice, Matteo Salvini e Antonio Tajani, e il successivo primo Consiglio di ministri post-ferie, inizia ufficialmente ‘l’autunno’ della politica. No, le stagioni non sono cambiate – nonostante il clima continui a dare segnali di profonda sofferenza -, ma questo, storicamente, è il momento di ‘mettere a terra’, come si usa dire oggi, i progetti di lavoro da qui alla fine dell’anno.

In agenda sono tanti i temi da discutere, tra gli alleati di governo e maggioranza. La partita europea è chiusa, non nel senso che gli accordi siano stati già definiti con Ursula von der Leyen, anzi. Ma la quadra su Raffaele Fitto è stata trovata da tempo e domani in Sala del Consiglio, dopo lo scampanellio della premier, si tratterà solo di mettere il suo nome nero su bianco sul foglio da spedire a Bruxelles con oggetto: candidato italiano alla nuova Commissione Ue. Poi tutto passerà nelle mani della presidente Udl, alla quale staranno fischiando parecchio le orecchie da direzione sud-Europa, dopo il tour de force del leader Ppe, Manfred Weber, a Roma. La partita andrà avanti fino a novembre, mese nel quale la squadra sarà completata con giocatori e ruoli assegnati.

Nel frattempo l’Italia deve imbastire tutti i passaggi che dovranno portare alla prossima legge di Bilancio 2025. In primis, il Piano strutturale di bilancio da consegnare a Parlamento e Unione europea: il Mef garantisce che arriverà in Cdm nei tempi previsti, ovvero metà settembre. Il documento non è di poco conto, perché prende il posto della Nadef e da quello si capirà se i rumors sui tagli all’assegno unico per i figli, il lavoro femminile e le pensioni sono reali, o fake news come sostiene il ministero dell’Economia. Dalle opposizioni chiedono chiarezza anche sulle reali intenzioni del governo rispetto alla transizione ecologica e la conseguente conversione industriale, perché, a detta degli avversari di centrosinistra (se riusciranno a trovare la quadra sulla potenziale coalizione), la lotta ai cambiamenti climatici non sembra proprio essere in cima ai pensieri della maggioranza.

Uno scenario, questo, che richiama ancora una volta alla sfida europea. Perché a Bruxelles il centrodestra continua a chiedere di avere un’Ue “meno ideologica“, ergo razionalizzando i dettami del Green deal. Principio sul quale, invece, la rive gauche italiana (e non solo) non vuole cedere e insiste con i vertici delle istituzioni continentali per andare avanti. Forti anche del fatto che i voti a von der Leyen per la riconferma, loro, non li hanno fatti mancare. Come il Ppe, che vuole realismo per non sovraccaricare le imprese. Sarà un bel nodo da sciogliere, per la riconfermata presidente.

Altro punto: i trasporti. L’estate nera per l’intensa opera di infrastrutturazione delle linee ferroviarie starebbe volgendo al termine, ma da sciogliere restano comunque diversi nodi, soprattutto sull’alta velocità. Per inciso, il ministro Salvini esulta per il via libera della commissione Mase agli interventi sulla AV Salerno-Reggio Calabria.

C’è il tema lavoro, poi. Il rilancio del piano industriale italiano ed europeo, fortemente voluto da Adolfo Urso. Il ministro delle Imprese e il Made in Italy dovrà mettere mano a diversi dossier, primo tra tutti Stellantis, per la Gigafactory di Termoli (il tavolo è fissato per il 17 settembre) e non solo. C’è da capire se arriverà, come sperano a Palazzo Piacentini, un secondo produttore automobilistico (ma anche un terzo e un quarto). Inoltre, vanno risolti i tavoli di crisi aperti, incrociando le dita che i dati sul fatturato dell’industria (in calo su base annua, a luglio) non ne portino altri in dote. Allo stesso tempo, c’è da aiutare le imprese a mantenere uno standard elevato di export (che va a gonfie vele), potenziando l’internazionalizzazione delle nostre aziende nel mondo.

Agricoltura. Capitolo complicato, legato a doppio nodo sia al Green deal, per il contrasto ai cambiamenti climatici, sia al braccio di ferro sulle regole europee, che i nostri agricoltori contestano perché miopi e troppo restrittive nella competizione con mercati che, invece, hanno pochi ostacoli da superare.

Tutto questo scenario, infine, si incrocia con la partita politica delle prossime elezioni regionali. Si voterà in Liguria, Emilia-Romagna e Umbria: tre partite che potrebbero riaprire i giochi per il centrosinistra oppure chiuderli (per il momento) a favore del centrodestra e del governo. Anche di questo parleranno Meloni, Salvini e Tajani. Cosa che faranno pure nel campo opposto (vedremo se largo o meno). Per l’appunto, l’autunno della politica è già iniziato.

A Roma l’assemblea mondiale dei mercati contadini. Prandini: “Valore da oltre 4,5 miliardi”

Photo credit: canali social Coldiretti

 

Salvaguardare la biodiversità, valorizzandola. Roma diventa il centro del mondo enogastronomico per la due giorni della World Farmers Markets Coalition, l’associazione che riunisce i mercati contadini del pianeta. Nata nel 2021 su impulso di Coldiretti e Campagna Amica, si tratta di un’organizzazione non-profit che fa parte dei dieci progetti selezionati nell’ambito del Programma Food Coalition della Fao e ha richiamato nella Capitale italiana agricoltori dai cinque continenti per portare le proprie specialità da salvare. I numeri rendono meglio l’idea della portata di questa manifestazione: oltre 70 associazioni rappresentative da 60 Paesi, 20mila mercati coinvolti, 200mila famiglie agricole e oltre 300 milioni di consumatori.

Il Wfmc è un’opportunità per lo sviluppo e la crescita, anche dei Paesi emergenti che si trovavano in difficoltà”, dice il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, a margine dei lavori che si svolgeranno venerdì 12 e sabato 13 luglio al mercato di Campagna Amica, al Circo Massimo. Il numero uno dei coltivatori diretti ricorda l’esempio italiano: “Grazie a ‘Campagna amica’ abbiamo salvato 30mila imprese, quindi nuclei familiari, creando un valore, all’interno della filiera, nella vendita diretta, superiore ai 4,5 miliardi. Ma soprattutto – aggiunge – creiamo le condizioni perché si possa fare cultura, in termini di informazione, difesa della biodiversità e della distintività del modello agroalimentare italiano e creare le condizioni per le quali ci sia sempre l’attenzione al tema degli sprechi di cibo”.

Altro tema emerso con forza nella prima giornata di assemblea è la necessità di porre un freno alla deriva delle catene globali, nelle quali le grandi multinazionali spingono l’acceleratore verso i cibi ultraprocessati, oltre a sfruttare i territori e le loro risorse, mentre in diverse zone del mondo è la filiera di prossimità a nutrite le popolazioni. “Se riusciremo a fare il chilometro zero a livello globale, creeremmo una opportunità di crescita e attenzione per i cittadini, ma anche per i nostri produttori”, sottolinea ancora Prandini. Supportato anche dai risultati dello studio condotto da Ipes-FoodFood from somewhere: building food security and resilience through territorial markets‘: oltre il 70% della popolazione mondiale è alimentata da piccoli produttori e reti di agricoltori che utilizzano meno di un terzo delle terre agricole e delle risorse globali.

Inoltre, secondo un’analisi Coldiretti su dati Fao, gli agricoltori di piccola scala e a conduzione familiare producono l’80% dell’approvvigionamento alimentare nell’Africa sub-sahariana e Asia. In media, con il fabbisogno alimentare delle città viene fornito principalmente da un’agricoltura attiva nel raggio di 500 chilometri.

Una tendenza che è molto presente anche nel nostro Paese. Anche in questo caso vengono in supporto i numeri delle analisi. Secondo quella condotta da Coldiretti su dati della Noto sondaggi, infatti, il 64% degli italiani, quindi quasi due su tre, preferiscono fare la spesa nei mercati contadini. Non solo, perché il 73% degli intervistati nell’indagine ritiene che acquistare direttamente dall’agricoltore sia il modo migliore per avere la garanzia della sicurezza di quanto portano in tavola tra tutte le forme di distribuzione, dal supermercato al web. Infatti, l’86% dei nostri concittadini vorrebbe avere a disposizione un mercato contadino di prossimità. Percentuale che sale al 93% nelle regioni del Centro.

Dobbiamo garantire, soprattutto nel nostro Paese, prodotti di qualità, quindi anche la differenziazione della produzione è utile e va sostenuta”, afferma il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, tra gli ospiti d’onore della prima giornata di World farmers market coalition. “Allo stesso tempo – continua il responsabile della Farnesina – bisogna sostenere l’industria agroalimentare, che rappresenta un punto di forza della nostra economia reale e del nostro Export. Ne parleremo anche al G7 commercio internazionale di Reggio Calabria”.

Che serva “un nuovo patto tra l’Europa e il mondo agricolo” ne è convinto il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. Mettendo “al centro la sostenibilità con il mondo agricolo alleato in questa battaglia”. Per il primo cittadino della Capitale è “fondamentale la centralità della riduzione delle emissioni, che non va visto come un pericolo, anzi l’agricoltura può essere alleato non solo dal punto di vista produttivo, ma come forma di cura del suolo e difesa dell’ambiente”. Evitando, però, “lo sviluppo di una industrializzazione che quando fa dell’ultra processato l’unità di misura fondamentale di qualsiasi fase nutritiva delle persone – avvisa Gualtieri – mette in discussione sia la salute delle persone, sia una filiera produttiva di qualità”.

La seconda e ultima giornata del Wfmc sarà aperta dal ministro dell’Agricoltura, Sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrigida. Le conclusioni, invece, saranno affidate al presidente e al direttore generale del World farmers market coalition, Richard McCarthy e Carmelo Troccoli.

Commissione Ue, parte il toto-nomi in Italia. Ma prima va chiusa la partita dei ‘Top Jobs’

La partita europea entra già nel vivo. Chiuse le urne e completati i conteggi, il negoziato sembra avviato sulla linea di una possibile riconferma di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione Ue, ma stavolta la maggioranza potrebbe allargarsi a Verdi e Ecr, quanto meno a nuclei della famiglia dei Conservatori europei. Dunque, anche la composizione della squadra di governo continentale potrebbe essere più ‘larga’ del previsto, nonostante le iniziali ritrosie dei Socialisti. Prima, però, vanno definiti i cosiddetti ‘Top Jobs‘, ovvero i ruoli di vertice: Presidenza di Commissione e Consiglio, alto rappresentante per la politica estera, per intenderci. L’Italia può dire la sua, forte del fatto che l’esecutivo – uno dei pochi nel Vecchio continente – non ha subito contraccolpi dal voto, anzi ne esce rafforzato, in particolar modo la premier, Giorgia Meloni.

Non sarà una fase facile, né veloce anche se i rumors sono indirizzati verso la soluzione dei negoziati entro il 18 luglio. In questo lasso di tempo dovranno essere scelte anche le figure dei commissari con la relativa assegnazione delle varie deleghe. Ed è qui che si fa più calda la situazione nel nostro Paese. L’Italia vorrebbe un ‘ministero’ di peso: le voci di corridoio dei palazzi della politica suggeriscono di tenere d’occhio le deleghe alla Concorrenza (sarebbe il vero obiettivo di Meloni), ma anche l’Agricoltura, il Mercato interno o addirittura l’Energia, che potrebbe chiudere il cerchio di quel Piano Mattei su cui Palazzo Chigi sta puntando molte delle sue fiches di politica estera. Difficile, ma non fantascienza, che al nostro Paese venga assegnata la Difesa, mentre potrebbe rivelarsi un boomerang accettare eventualmente la delega agli Affari interni, che in pancia porta la delicata questione dei flussi migratori, storicamente divisivo in Europa.

Una volta deciso chi farà cosa, allora si potrà passare alla fase dei nomi. Sebbene il pallottoliere stia già andando a mille dalle parti di Roma. Finora sono tre i ministri del governo Meloni che hanno pubblicamente fatto sapere di non essere disponibili: in primis Giancarlo Giorgetti, che ha ripetuto spesso (e volentieri) di preferire il campo italiano a quello europeo. Si chiama fuori dai giochi anche Adolfo Urso, che vuole completare il lavoro al Mimit: “Il Paese ha altre personalità che saranno sicuramente più adeguate del sottoscritto, io certo non posso mollare quello che faccio“. Out pure Antonio Tajani, che più chiaro non poteva essere: “Ritengo non si debba tornare dove si è lavorato per 30 anni“, aggiungendo che preferisce restare alla Farnesina.
Sul taccuino, dunque, resta Raffaele Fitto, che in questi due anni ha avuto stretti contatti con Bruxelles nel suo ruolo di ministro degli Affari Ue, della Coesione e del Pnrr. Ma nelle ultime ore sono circolate altre ipotesi, altrettanto valide, come quella di Roberto Cingolani, attuale ceo di Leonardo con un passato da ministro della Transizione ecologica nel governo di Mario Draghi. Sarebbe un ‘tecnico‘, certo, ma con esperienza istituzionale, che alle latitudini europee conta eccome come criterio per essere scelto. Ancora, della squadra dell’ex Bce potrebbe avere il phisique du role Vittorio Colao, che ha guidato una multinazionale come Vodafone e ha fatto il ministro dell’Innovazione e Transizione digitale.

I bene informati non escludono, però, colpi di scena. Come Maurizio Leo che, però, ha ‘solo‘ gli ultimi due anni da viceministro dell’Economia nel suo curriculum politico da poter spendere a Bruxelles, dove è preferibile avere personalità che abbiano ricoperto cariche di maggiore responsabilità, sebbene il Mef sia considerato un dicastero assolutamente ‘pesante‘. Nella ruota dei ‘papabili‘ restano comunque Gilberto Pichetto (Mase) e Guido Crosetto (Difesa), così come a mezza bocca è circolato il nome di Francesco Lollobrigida, attuale ministro dell’Agricoltura, forse la persona più vicina alla premier. Molto difficile che possa traslocare dal Masaf, ma in politica vige una sola regola: ‘nulla è impossibile.