“L’opzione militare è di difficilissimo successo, quella diplomatica ancora più lontana. Temo che dovremo abituarci a una scomoda realtà, in cui lo Stretto di Hormuz resterà chiuso ancora a lungo”. Così Robert Wescott, già capo economista di Clinton, dopo di allora ha fatto parte di “almeno una ventina di commissioni di alto livello convocate da vari presidenti, compreso il Trump I, per valutare l’importanza dei chokepoints, i colli di bottiglia sulle rotte marine: Hormuz, poi Suez, Bab el-Mandeb, lo stretto di Taiwan e quelli di Malacca, Gibilterra, Panama. Per tutti si sono ipotizzate soluzioni più o meno fattibili. Non per Hormuz. Ogni volta ci si lasciava dicendo: ‘Speriamo che non succeda’”. In una intervista a Repubblica spiega: “Quello che appariva impossibile è non solo reale ma sembra senza fine. Pare che le trattative segrete stiano proseguendo. Trump dice come sempre tutto e il contrario di tutto, dice che sta esaminando le proposte iraniane e nel frattempo prepara nuovi attacchi. Lo sa dove conviene guardare secondo me? Ai mercati. Dopo un iniziale sbandamento si sono ripresi e dimostrano una rimarchevole resilienza, imperniata sui 500 e più miliardi di investimenti nell’intelligenza artificiale in ballo ma anche su una sottile fiducia che la situazione si risolverà. Secondo me, quella che comincia oggi è la settimana decisiva. Se c’è un crollo anche dei mercati finanziari, lasciate ogni speranza”, sottolinea. E ancora: “È dall’inizio del secolo che il fracking, prima con il gas e poi con il petrolio, ha reso l’America una potenza energetica. Ma per i meccanismi dei mercati, dettati per lo più dalle grandi compagnie, anche gli Usa risentono dei prezzi internazionali, e un gallone di benzina costa 5 dollari anche se fatto con petrolio made in Usa, peraltro raffinato spesso all’estero. Senza contare il disastro delle compagnie aeree. Trump vuole abbassare il prezzo dei combustibili prima del midterm, e sta dando fondo alle riserve strategiche pur di contenere le importazioni. Corre anche voce che ci siano spinte americane con la promessa di contratti multimiliardari dietro l’uscita degli Emirati dall’Opec, che dovrebbe agire come fattore calmieratore”.
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