“Nel quadro geologico italiano, caratterizzato da un’attività profonda notevole e spesso da rocce poco consistenti, i territori più vulnerabili sono le colline adriatiche, l’intero Appennino, la Sicilia (eccettuata la zona iblea) e alcune zone prealpine e liguri. L’Italia è stretta nella collisione profonda che avviene tra la placca europea e quella africana e che è l’ultima responsabile della nascita di Alpi e Appennino. Da questo derivano le rocce prima menzionate, ma anche parte dei terremoti e delle eruzioni vulcaniche”. Lo scrive in un suo intervento su la Stampa il geologo e divulgatore Mario Tozzi. “A voler essere conservativi, poco meno della metà del territorio e della popolazione italiana sono a rischio sismico. Il rischio più elevato caratterizza tutto l’Appennino, dalla Garfagnana allo Stretto di Messina (l’area più pericolosa e vulnerabile di tutte), l’area di Catania, il Friuli e l’Emilia Romagna, oltre a qualche sporadica evenienza nelle Alpi, in Liguria e nel Lazio. Solo la Sardegna e la Puglia murgiano-salentina sono praticamente esenti da terremoti autoctoni”, si legge ancora. E poi: “Proteggersi dal rischio naturale è una questione prima di tutto culturale e solo successivamente scientifico-tecnica: bisogna sapere che l’Italia è fatta così, che noi non ne abbiamo tenuto il benché minimo conto, che c’è una crisi climatica in atto che rende ogni evento meteorologico potenzialmente distruttivo e che le opere da sole non ci salveranno, salvo che per il solo rischio sismico”.
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