“La missione di Donald Trump ha una pronunciata connotazione geopolitica oltre a essere un viaggio d’affari. È espressione della sua agenda anti-globalista e di rilancio americano in partenariato col Golfo”. Così Ian Bremmer, fondatore di Eurasia Group, la principale società di consulenza mondiale sui rischi geopolitici. In un colloquio con La Stampa spiega: “È vero che Trump è entusiasta dei numeri e degli accordi che firma, ma il presidente sta facendo anche altro, ha speso un sacco di energie per liberare l’ostaggio israelo-americano nelle mani di Hamas. Non ha fatto mistero della fastidio nei confronti di Netanyahu riluttante ai negoziati per il cessate il fuoco. L’amministrazione americana è stata molto dura con gli Houthi in Yemen e adesso ha raggiunto una tregua, seppur condizionata alla fine degli attacchi sul Mar Rosso. Guardiamo anche alla fine alle sanzioni in Siria per scommettere su un nuovo regime. Occorre infine ricordare gli sforzi diretti a un negoziato con l’Iran, in particolare sul programma nucleare di Teheran. Ci sono molti elementi in gioco, per questo dico che la missione nel Golfo ha un carattere fortemente dicotomico”. E ancora: “Il presidente vuole trascorrere la maggior parte del suo tempo nel Golfo a fare affari, francamente credo molti a livello personale, e non solo per il Paese e questo solleva conflitti di interesse. La cosa che lo entusiasmerà di più al ritorno negli Stati Uniti, tuttavia, è dimostrare che l’America trae beneficio da quella parte di mondo che macina petrodollari”.
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