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Petrolio e gas crollano proprio alla vigilia delle elezioni di midterm americane, offrendo a Donald Trump una boccata d’ossigeno sul fronte più sensibile per le famiglie: il costo della vita. Con i repubblicani in difficoltà nei sondaggi e il controllo del Congresso in bilico, il raffreddamento delle quotazioni energetiche arriva nel momento politicamente più utile per la Casa Bianca. Il mercato scommette su una possibile apertura diplomatica tra Washington e Teheran, dopo mesi di guerra e tensioni sulle forniture del Golfo. Ma la ritirata dei prezzi non equivale alla fine della crisi: le minacce militari restano e l’Europa si avvicina all’inverno con riserve di gas inferiori a quelle dello scorso anno e una competizione sempre più costosa per assicurarsi le forniture.
Alla chiusura dei mercati europei, il Brent cedeva il 7,6%, scendendo sotto i 105 dollari al barile, mentre il Wti perdeva il 7,1% a 96,7 dollari. A pesare sono le parole del segretario di Stato americano Marco Rubio, secondo cui Trump preferirebbe una soluzione negoziata con l’Iran, pur mantenendo aperta l’opzione militare. Teheran ha confermato la disponibilità a un accordo, arrivando a prospettare una riapertura completa dello Stretto di Hormuz “entro due giorni”, a condizione che siano accolte le sue richieste: garanzie concrete, revoca delle sanzioni e riduzione della presenza militare americana nella regione. Intanto, la guida suprema Mojtaba Khamenei minaccia una risposta immediata a qualsiasi attacco. Le vendite sul greggio riflettono dunque le aspettative di una possibile tregua, ma la guerra resta tutt’altro che archiviata.
A sostenere le speranze di un riequilibrio contribuisce la ripresa di alcune rotte di esportazione. Gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato che in alcune occasioni i flussi sono tornati sopra i livelli prebellici: a settembre la produzione di greggio ha raggiunto 3,917 milioni di barili al giorno, il 15% in più rispetto a febbraio. Anche l’Iraq ha aumentato le esportazioni attraverso l’oleodotto Kirkuk-Ceyhan, fino a 500mila barili al giorno. Già a inizio ottobre l’Arabia Saudita aveva riportato a circa 5,8 milioni di barili al giorno i flussi attraverso l’oleodotto East-West, una delle principali infrastrutture per trasferire il greggio verso il Mar Rosso. La condotta, che ha una capacità di circa 7 milioni di barili al giorno, era stata chiusa il 10 settembre dopo un attacco con droni lanciato dall’Iraq.
La ripresa dei flussi non basta però a dichiarare superata l’emergenza. Le interruzioni nel Golfo continuano a pesare sull’offerta e il rischio di nuovi attacchi mantiene elevato il premio geopolitico. Goldman Sachs ha infatti alzato a 105 dollari la previsione media sul Brent per dicembre, dai precedenti 90 dollari.
Le Borse europee hanno chiuso in rialzo, sostenute anche dal calo delle quotazioni energetiche. Il Ftse Mib ha guadagnato lo 0,9%, portandosi appena sotto quota 50.000 punti, mentre l’Euro Stoxx 50 è salito dello 0,78%, il Cac 40 dello 0,98%, il Dax dello 0,65% e il Ftse 100 dello 0,35%. Lo spread tra Btp e Bund è sceso nel corso della seduta, passando da un’apertura oltre 116 punti base a 113, con il rendimento del decennale italiano intorno al 4,4%. Il recupero degli indici non cancella tuttavia le incognite legate all’evoluzione del conflitto e alla sicurezza degli approvvigionamenti.
Per l’Europa il problema più urgente resta il gas. Il contratto Ttf di Amsterdam con consegna a gennaio è crollato del 9,6% a 93,9 euro/MWh, ma le quotazioni rimangono elevate in vista dell’inverno. Al 31 ottobre gli stoccaggi dell’Ue erano al 74,62%, contro l’82,82% di un anno prima. L’Italia è messa meglio, con riserve al 91,14%, mentre la Germania è ferma al 61,5%. Con i prelievi già iniziati e la necessità di competere con l’Asia per assicurarsi i carichi di Gnl, la corsa alle forniture rischia di mantenere alti i prezzi proprio quando la domanda stagionale aumenterà. Il problema non è soltanto evitare carenze fisiche, ma riuscire a comprare gas senza pagarlo troppo.
Al caro gas si aggiunge quello dell’elettricità. In Italia, dove il gas determina il prezzo all’ingrosso nella maggior parte delle ore, il Pun ha raggiunto 282,30 euro/MWh il 2 novembre, mentre per il giorno successivo è atteso a 273,65 euro. Il calo previsto non cancella il balzo: le quotazioni sono tornate su livelli che non si vedevano dal dicembre 2022. È qui che emergono i limiti del sollievo registrato sui mercati: petrolio e gas possono scendere rapidamente sulla scia delle speranze diplomatiche, ma la fragilità degli approvvigionamenti continua a pesare sui costi dell’energia. Alla vigilia del voto americano Trump incassa una tregua, non una vittoria. E per l’Europa l’inverno resta una prova ancora tutta da affrontare.
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