Eurozona in frenata, Italia impantanata: doppio freno di produttività e investimenti

La guerra in Medio Oriente rallenterà l’eurozona, ma senza trascinarla in recessione. È questo il messaggio centrale delle previsioni economiche di primavera della Commissione europea, che ha rivisto al ribasso la crescita dei 21 paesi che adottano la moneta unica. Per il 2026 il Pil è ora atteso allo 0,9%, contro l’1,2% precedente. Secondo Bruxelles, il quadro dovrebbe migliorare nel 2027 anche in caso di conflitto prolungato. Tuttavia, il nuovo shock energetico riaccende i prezzi, interrompendone il percorso di rientro.

Nell’eurozona l’inflazione è stimata al 3,1% quest’anno, prima di rallentare nel 2027. Durante la presentazione del rapporto, il commissario europeo all’Economia, Valdis Dombrovskis, ha parlato di un contesto internazionale “più instabile”, invitando i governi a sostenere famiglie e imprese “con misure fiscali temporanee e mirate”, accelerando al tempo stesso la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili importati.

Nelle sue previsioni, la Commissione indica i consumi interni come principale motore della crescita, nonostante il clima di fiducia ai minimi da 40 mesi dopo gli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Gli investimenti delle imprese restano frenati da condizioni finanziarie più rigide, margini in calo e incertezza, mentre la domanda estera rallenta le esportazioni. Bruxelles sottolinea però che diversificazione delle forniture, decarbonizzazione e riduzione dei consumi energetici rendono l’economia Ue “più solida rispetto alla crisi del 2022”.

Tra le principali economie, l’Italia resta tra le più esposte. La crescita è attesa allo 0,5% nel 2026 e nel 2027, sotto lo 0,8% stimato in autunno, in fondo alla classifica europea. L’inflazione dovrebbe salire al 3,2% quest’anno per poi scendere all’1,8% nel 2027. Uno scenario indirettamente confermato dal ‘Rapporto annuale 2026’ dell’Istat, presentato alla Camera alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il dossier evidenzia una “capacità di resistenza” dell’economia italiana, ma senza una reale accelerazione della crescita. In particolare, emerge un ritardo di lungo periodo. Nel 2025 il Pil italiano ha superato i livelli del 2007 di appena l’1,9%, contro una crescita vicina al 20% di Francia, Germania e Spagna nello stesso periodo.

Sul fronte commerciale, le esportazioni di beni aumentano di oltre il 60% tra il 2007 e il 2025, sostenute da un miglioramento qualitativo e dalla tenuta di settori come agroindustria e farmaceutica, mentre resta più debole la componente dei servizi ad alta intensità di conoscenza. Sul piano interno, l’occupazione mostra segnali di tenuta, ma il recupero salariale resta incompleto: il potere d’acquisto delle famiglie rimane sotto i livelli pre-crisi, con un divario pari all’8,6% rispetto al 2019.

Secondo il presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, il nodo centrale resta la produttività. “Prospettive di crescita più robusta e persistente sono legate alla dinamica della produttività e a quella degli investimenti – ha spiegato Chelli nel corso della presentazione -. Dopo aver fornito un contributo positivo nel quinquennio pre-pandemico, tra il 2021 e il 2025 la produttività totale dei fattori, una misura del contributo offerto dal progresso tecnologico e da altri fattori di efficienza, ha segnato il passo. Perdura il ritardo del nostro Paese nella componente immateriale degli investimenti”. Per colmare questo divario non basta l’adozione di nuove tecnologie nei processi produttivi: serve una riorganizzazione profonda del sistema economico e un rafforzamento delle competenze, in particolare tra i giovani e nei settori legati a intelligenza artificiale e trasformazione digitale. Il rapporto insiste infatti sulla necessità di aumentare investimenti in istruzione, innovazione e competenze tecnologiche, considerati elementi chiave non solo per la crescita, ma anche per occupazione, salari e benessere collettivo.

Valentina Innocente

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