di Andrea Francato
Giornata sulle montagne russe per petrolio e gas, con forti oscillazioni nel corso delle contrattazioni: dopo aver raggiunto in mattinata i massimi degli ultimi mesi, le quotazioni hanno invertito la rotta nel pomeriggio, per poi recuperare parte del terreno perso. In mattinata il Brent ha superato i 111 dollari al barile, toccando i livelli più alti da cinque mesi, mentre il Wti è salito oltre i 100 dollari e ad Amsterdam il gas Ttf raggiungeva, a mezzogiorno, quota 90,1 euro/MWh, in rialzo del 2,4% e ai massimi dal dicembre 2022. Nel pomeriggio il Brent è sceso fino a circa 107 dollari al barile e il Ttf a 84,1 euro/MWh, prima di risalire – alla chiusura dei mercati europei – rispettivamente a 108,4 dollari e a 85,5 euro/MWh, riducendo le perdite. Le oscillazioni riflettono la persistente sensibilità dei mercati alle tensioni in Medio Oriente e ai rischi per le forniture attraverso lo Stretto di Hormuz, mentre l’Europa si avvicina alla stagione fredda con scorte di gas inferiori alla media storica.
Al 18 ottobre, secondo i dati Agsi di Gas Infrastructure Europe, gli stoccaggi dell’Ue erano pieni al 74,6%. Quelli italiani raggiungevano invece l’89,86%, pari a 182,79 TWh. Il margine dell’Italia è più ampio, ma il quadro europeo resta fragile: un inverno rigido, eventuali interruzioni delle forniture o una maggiore concorrenza internazionale per i carichi di Gnl potrebbero aggravare la pressione sui prezzi. La media europea è inferiore di quasi 16 punti percentuali alla media quinquennale del 90,4%. Le proiezioni del ‘Winter Stress Monitor’ di GasRadar indicano inoltre una probabilità del 64% che le scorte scendano sotto il 30% al termine della stagione invernale, il primo aprile 2027. È uno scenario, non una certezza, ma segnala quanto la tenuta degli approvvigionamenti resti esposta all’evoluzione di domanda, temperature e disponibilità di gas.
La tensione si è subito trasferita sull’elettricità. Lunedì 19 ottobre il prezzo medio giornaliero in Italia ha raggiunto 262,63 euro/MWh, il livello più alto dal 21 dicembre 2022. E nella settimana iniziata il 12 ottobre, il mercato italiano ha registrato la media più elevata tra i principali mercati europei, a 225,21 euro/MWh. Secondo AleaSoft Energy Forecasting, lunedì anche Spagna e Portogallo hanno toccato i massimi dal 29 aprile 2022, rispettivamente a 215,11 e 216,66 euro/MWh. In Spagna il prezzo orario è arrivato a 296,93 euro tra le 20 e le 21. A spingere i listini sono stati soprattutto il gas caro e la minore produzione eolica in diversi Paesi. In Italia i prezzi sono saliti nonostante la domanda in calo e una maggiore produzione da vento e sole. Intanto, il fotovoltaico spagnolo ha segnato il record per una giornata di ottobre, con 194 GWh prodotti il 13 ottobre: un dato che mostra come le rinnovabili possano contribuire all’offerta, senza però neutralizzare da sole la pressione sui prezzi.
A beneficiare della persistente domanda di combustibili fossili è anche Mosca. A settembre la Russia ha incassato in media 625 milioni di euro al giorno dalle esportazioni, nonostante una contrazione del 6% dei volumi. Secondo l’analisi mensile del Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea), i ricavi dal greggio sono scesi dell’8% rispetto ad agosto, a 339 milioni di euro al giorno, con volumi in calo dell’11%. A sostenere le entrate è stato soprattutto il gas naturale liquefatto: i ricavi sono aumentati del 68%, a 75 milioni di euro al giorno, il livello più alto da gennaio 2023. Anche il gas via gasdotto ha generato maggiori introiti, in crescita dell’8% a 71 milioni al giorno, mentre quelli dal carbone sono diminuiti del 12%, a 58 milioni.
La Cina resta il principale cliente di Mosca, con acquisti di combustibili fossili per 9,1 miliardi di euro a settembre. Seguono l’India, con 4,1 miliardi, e l’Unione europea, salita al terzo posto con 1,7 miliardi. La Turchia ha acquistato per un miliardo di euro, l’Arabia Saudita per 534 milioni. Pechino ha ridotto del 12% su base mensile gli arrivi marittimi di greggio russo, ma i volumi sono rimasti superiori del 22% rispetto a settembre 2025. In India gli acquisti di petrolio russo sono invece diminuiti del 13% per il secondo mese consecutivo.
È soprattutto sul gas che emerge la contraddizione della linea europea. Ungheria, Francia, Slovacchia, Bulgaria e Paesi Bassi hanno versato complessivamente 1,6 miliardi di euro alla Russia a settembre per combustibili fossili; gas via gasdotto e Gnl hanno rappresentato l’81% del totale. La Francia ha aumentato del 103% le importazioni mensili di Gnl russo, ricevendo otto carichi provenienti dall’impianto di Yamal. Nel complesso, gli arrivi di Gnl russo nell’Ue sono aumentati del 60% rispetto ad agosto, dopo il minimo record del mese precedente, pur restando tra i livelli più bassi dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina.
Le sanzioni, intanto, non hanno chiuso tutti i canali di esportazione. A settembre il 57% del petrolio russo trasportato via mare ha viaggiato su petroliere sanzionate e un ulteriore 40% su navi di proprietà o assicurate da operatori del gruppo G7+. Secondo una simulazione del Crea, l’applicazione integrale di un tetto di 30 dollari al barile per il greggio russo, accompagnato da limiti più bassi per i prodotti petroliferi, avrebbe ridotto di 2,7 miliardi di euro i ricavi russi dalle esportazioni marittime di petrolio nel mese.
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