RENATO SCHIFANI PRESIDENTE REGIONE SICILIA FABIO CICILIANO CAPO DEL DIPARTIMENTO NAZIONALE DELLA PROTEZIONE CIVILE SALVO COCINA DIRIGENTE GENERALE DELLA PROTEZIONE CIVILE REGIONALE DONATELLA LICIA MESSINA PREFETTO CALTANISSETTA DANIELA FARAONI ASSESSORE ALLA SALUTE MASSIMILIANO CONTI SINDACO NISCEMI SERGIO TUMMINELLO ATTUATORE DELLA STRUTTURA COMMISSARIALE CONTRO IL DISSESTO IDROGEOLOGICO LEONARDO SANTORO SEGRETARIO GENERALE DELL'AUTORITÀ DI BACINO
I fondi per il Ponte sullo Stretto non si toccano e, soprattutto, non verranno dirottati per coprire i danni del maltempo. Ad alzare il muro, dopo il passaggio del ciclone Harry che ha messo in ginocchio Sicilia, Calabria e Sardegna, sono i ministri Matteo Salvini e Nello Musumeci. Per il vicepremier e segretario della Lega la questione è di metodo: “Sono fondi per investimenti, le cose bisogna conoscerle. Non si capisce perché i siciliani dovrebbero avere i problemi e non avere neanche il ponte”. Bloccare i cantieri oggi — circa 30 miliardi di lavori aperti nell’isola — significherebbe fermare lo sviluppo senza risolvere l’emergenza. Gli fa eco Nello Musumeci: “Il denaro per Niscemi c’è, e non è quello del Ponte”. La linea del governo è dunque quella di tenere distinti i piani ma la pressione politica resta altissima, mentre da Forza Italia prima sembra esserci una timida apertura, subito richiusa su X da Antonio Tajani: “Siamo contrari“.
Musumeci ha annunciato che il 4 febbraio alle ore 11 riferirà alla Camera con un’informativa urgente, intanto punta il dito contro una gestione del territorio durata trent’anni e segnata da quello che definisce un “fatalismo passivo”. “Noi meridionali – aggiunge – ci affidiamo al destino, ma qui c’è di mezzo la sicurezza di migliaia di persone. Avremmo dovuto decidere cosa fare invece di aspettare”. In Consiglio dei Ministri proporrà un’indagine amministrativa per capire perché gli allarmi del 1997 su Niscemi siano rimasti chiusi nei cassetti. Per far luce sui ritardi delle autorità locali, è stata già istituita una commissione presso il dipartimento “Casa Italia”.
Ma le opposizioni vanno all’attacco: “La prima e unica cosa che il ministro Musumeci deve fare è presentare immediatamente le dimissioni. È politicamente responsabile di quanto accaduto in Sicilia e la sua permanenza al governo è ormai insostenibile“, ha dichiarato Angelo Bonelli, di Avs chiedendo che la presidente del Consiglio Meloni riferisca in Parlamento.
Nel frattempo la Regione Siciliana vara un bando da 23 milioni dedicato alle imprese colpite dal ciclone Harry, che assegnerà un contributo minimo di 5mila euro a fondo perduto per riattivare le attività economiche ferme a causa del maltempo. Ma è solo la “prima fase di un piano di sostegno più complesso e corposo – spiega la Regione – che porterà nelle prossime settimane alla definizione di un ulteriore programma di finanziamento, una fase due, che prevede la concessione di un credito agevolato alle aziende per il 60% a tasso zero e per il restante 40% a fondo perduto, con un pre-ammortamento di tre anni”.
Il capo della Protezione Civile, Fabio Ciciliano, descrive uno scenario quasi spettrale, con l’intero versante della collina sta scivolando verso la Piana di Gela: “Siamo quasi una volta e mezza la quantità di montagna di territorio e di massa franosa che è caduta rispetto a quella del Vajont”. La viabilità è talmente compromessa che si sta ipotizzando l’invio di elicotteri solo per portare fieno e acqua agli animali degli allevamenti isolati. “Alcune abitazioni andranno distrutte, sempre che l’arretramento della frana non ci pensi da sola”, ha concluso Ciciliano.
Intanto la Procura di Gela ha aperto un fascicolo per disastro colposo. Il procuratore Salvatore Vella, dopo un confronto con i periti (tra cui esperti dell’Università di Palermo), parla di un evento “unico in Europa”. L’indagine dovrà accertare se le scelte urbanistiche degli ultimi anni abbiano accelerato il movimento verso valle o se opere tempestive avrebbero potuto contenere il disastro. I numeri della catastrofe, del resto, non lasciano spazio a interpretazioni. A Niscemi la frana è un “mostro” attivo con un fronte di 4 chilometri che ha creato un burrone di 50 metri. Cinquecento famiglie sono state evacuate (1.276 persone) e per molte di loro la sentenza è definitiva: le case nella zona rossa non potranno più essere abitate e andranno abbattute. Il conto presentato dalle Regioni è già arrivato sulla scrivania del governo: 1 miliardo e 241 milioni di euro totali per i danni. La parte del leone la fa la Sicilia con 741 milioni, seguita dai 300 della Calabria e dai 200 della Sardegna. Al momento, sono stati stanziati circa 33 milioni per regione per i primissimi interventi urgenti (rimozione detriti e ripristino fognature), ma la ricostruzione è ancora lontana.
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