Vino
CAVIRO
Silvia
Buzzi
Sustainability Manager
Ad oggi siete “il vigneto più grande d’Italia”, come siete strutturati?
Siamo una cooperativa di secondo grado, con 28 soci di cui 26 cantine situate in 7 regioni d’Italia, cui conferiscono 11.100 viticoltori per oltre 600mila tonnellate di uva: l’8,5% di tutta l’uva prodotta nel nostro Paese. Sono 37.500 gli ettari coltivati, circa il 5% della superfice vitata nazionale. Esportiamo in oltre 80 Paesi cercando di diversificare i prodotti per incontrare i gusti dei mercati internazionali.
Siete anche noti per essere una cantina sostenibile.
Assieme ad Enomondo, partecipata al 50% da Herambiente SpA e al 50% da Caviro Extra SpA, recuperiamo circa 600mila tonnellate di scarti all’anno e li trasformiamo in prodotti nobili, energia e ammendanti per l’agricoltura. Siamo un punto di riferimento per il recupero di reflui del settore agroalimentare e per il recupero di sfalci e potature del verde pubblico e privato. I frammenti legnosi diventato una biomassa combustibile che trasformiamo in energia termica ed elettrica, per l’autoconsumo e la pubblica utilità attraverso l’immissione in rete. La parte costituita dagli sfalci d’erba e dal terriccio, invece, torna in natura sottoforma di ammendante compostato verde. Soltanto lo 0,4% di tutto ciò che entra viene conferito a smaltimento.
Quella di Enomondo è però soltanto la parte finale della chiusura di un cerchio. Nel Gruppo Caviro ogni scarto e sottoprodotto della vinificazione viene trasformato in un nuovo prodotto.
Il processo di vinificazione genera residui, ovvero fecce, vinacce e mosti. Questi ultimi confluiscono nel mercato dell’aceto balsamico, in quello enologico e alimentare in generale. Dalle vinacce, estraiamo alcol, enocianina – un colorante naturale utilizzato dall’industria alimentare – e i vinaccioli, da cui si ricavano i polifenoli, antiossidanti impiegati per uso nutraceutico e cosmetico. La vinaccia esausta diventa biomassa combustibile. Dal processo di combustione si generano le ceneri che vengono impiegate per la produzione di sottofondi stradali e conglomerati cementizi.
E dalle fecce?
Le fecce vengono lavorate per estrarre alcol e tartrato di calcio, da cui si ottiene l’acido tartarico. È di un prodotto che grazie alle sue proprietà viene impiegato in una moltitudine di ambiti. Nel farmaceutico diventa l’eccipiente per sprigionare il principio attivo del medicinale. Nel settore alimentare è utilizzato come agente lievitante e conservante, mentre in ambito enologico viene impiegato come correttore dell’acidità del vino. Nel settore dell’edilizia è invece utilizzato come ritardante nella presa dei cementi. Ma può essere usato anche in ambito industriale chimico e della microelettronica. Dagli scarti liquidi di queste lavorazioni ricaviamo biometano per i trasporti e anidride carbonica per il settore delle bevande.
La chiusura completa del cerchio è data dai fertilizzanti che tornano alla terra.
Dalla digestione anaerobica, oltre al biogas, si ottiene un residuo solido (il digestato) che dopo essere stato lavorato negli impianti di compostaggio di nostra proprietà ritorna alla terra sottoforma di fertilizzante naturale, cosiddetto ammendante. In definitiva, tutto comincia dalla terra con la coltura delle viti e lì si torna con gli ammendanti, attraverso un ciclo virtuoso in cui recuperiamo oltre il 99% di quanto entra in lavorazione.
Questa capacità di recupero e di generazione di energia rinnovabile come si traduce in numeri?
Siamo autosufficienti al 100% per quanto riguarda l’utilizzo di energia elettrica e termica. Se tutta l’energia verde che produciamo, in termini di termico, elettrico e biocarburanti, derivasse da una fonte convenzionale non rinnovabile, come il metano, si emetterebbero 82.000 tonnellate di CO2 all’anno. Il 40% del consumo di acqua necessario alle nostre attività viene soddisfatto attraverso i recuperi interni.
L’intera azienda è quindi caratterizzata da una circolarità totale. Da cosa nasce, in Caviro, questo approccio?
I temi della transizione energetica e della decarbonizzazione, oggi al centro dei dibattiti quotidiani, sono in realtà strettamente interconnessi con la competitività d’impresa. Immaginate cosa avrebbe comportato per un’azienda delle nostre dimensioni il fatto di non essere energeticamente autosufficienti, l’aumento dei costi registrato negli ultimi anni sarebbe stato difficilmente sostenibile.