“Un eventuale utilizzo da parte americana delle basi in Italia per bombardare in Iran deve passare per il governo e il Parlamento, come è successo in passato. È regolato da una serie di trattati e accordi con gli Usa rinnovati negli anni. Rischi per noi? Non dai missili di Teheran che hanno una gittata di 2 mila chilometri, arriverebbero al massimo in Grecia se lanciati dall’estremo confine occidentale iraniano. Piuttosto c’è il pericolo di una ripresa del terrorismo”. Lo dice il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica, esperto in geopolitica e strategia militare. In un dialogo con il Corriere della Sera aggiunge nel caso in cui Trump chiedesse le basi: “Come fecero il Parlamento e il governo nel 2003 quando gli Usa ci chiesero la stessa cosa per inviare i paracadutisti di stanza ad Ederle in Iraq per una missione non Nato. Ci furono consultazioni, anche con il Quirinale, e alla fine arrivò l’ok ma solo con destinazione Turchia, non in zona di combattimento. Un movimento logistico, insomma. Parliamo infatti di installazioni militari con sovranità italiana. Il fatto è che bisogna esaminare caso per caso: due anni fa, ad esempio, è stato autorizzato un attacco con i droni da Sigonella. Lì fu ritenuto necessario”.
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