Mikhail Kokorich è nato in Siberia vicino alla Mongolia e alla Cina. Ha studiato fisica e ha un master a Stanford. Non è più cittadino della Russia — lì pende un mandato di cattura su di lui —, ma è uno dei pochi in grado di influenzare la guerra tra Mosca e Kiev. “Non è uno scontro fra nazioni — racconta in una intervista a Il Corriere della Sera — ma fra valori”. Kokorich ha progettato e lanciato la produzione di gran parte delle armi che permettono all’Ucraina di difendersi e colpire in territorio russo. “Un unicorno rappresenta una valutazione finanziaria; nella difesa invece la prova del nove è la capacità di continuare a produrre — su grandi volumi, a costi sostenibili — quando un conflitto si prolunga. E il tipo di produzione fa la differenza. I grandi gruppi storici eccellono nelle piattaforme sofisticate e certificate. Tuttavia, la guerra ha messo in luce la necessità di costruire sistemi semplici ed economici: non in decine di unità, ma in decine di migliaia. Ed è qui che noi ci inseriamo. Ma non siamo di fronte a uno scontro tra nuove realtà e colossi tradizionali, bensì a due competenze distinte di cui l’Europa ha bisogno”, spiega.
I suoi missili costano un decimo dei Tomahawk americani e dei Taurus tedeschi: “Più o meno sì, e la cifra esatta conta meno del suo significato. Una vera deterrenza non si basa su poche centinaia di sistemi sofisticatissimi, bensì su decine di migliaia di mezzi efficaci. A tre o quattro milioni di euro l’uno, nessun bilancio pubblico potrebbe sostenerne l’acquisto in massa”. Destinus produce missili per l’Ucraina dieci volte più rapidamente dei grandi gruppi tradizionali: “Ne fabbrichiamo circa 200 al mese. L’intera produzione europea di sistemi a lungo raggio della stessa categoria raggiunge una cifra simile in un anno”.
Kokorich infine racconta: “Sono nato in Russia, sì. Ma ho anche visto come il Paese sia scivolato nell’autoritarismo e nell’aggressione. Comprendo le ambizioni e i metodi dello Stato russo meglio di molte persone in Europa occidentale. Tuttavia, non considero questa come una guerra personale. La Russia non è più il mio Paese: non ne sono più un cittadino. Questa non è una guerra tra nazionalità; è uno scontro sui sistemi politici. Mi sono opposto a Vladimir Putin dall’inizio e ho lasciato la Russia molto tempo fa. Penso agli italiani che combatterono contro Mussolini, contro i propri stessi connazionali. Sento qualcosa di simile. Non sono contro il popolo russo: la Russia fa culturalmente parte dell’Europa. La tragedia è che un regime ha spinto la Russia fuori da quel percorso. Sconfiggerlo non è un atto contro la Russia, ma nel suo interesse”.
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