Come riporta il Sole 24 Ore, Borge Brende, presidente e Ceo del Wef, afferma che “un nuovo ordine competitivo sta prendendo forma, mentre le grandi potenze cercano di assicurarsi sfere di interesse”. Il ‘confronto geo-economico’, come lo chiama il rapporto, scala la classifica dei rischi a breve termine, con il 18% degli intervistati che lo considera quello che più probabilmente potrebbe scatenare una crisi globale nel 2026. Preoccupa la militarizzazione degli strumenti economici (dazi, restrizioni agli investimenti esteri, sanzioni) e delle catene di approvvigionamento. Vengono subito in mente due esempi eclatanti: l’uso come strumento di ricatto e leva dei dazi, da parte del presidente Trump, e quello delle terre rare, da parte della Cina.
Il quotidiano di Confindustria evidenzia ancora come in seconda posizione, nella classifica del rischio, si piazzano i conflitti armati. In generale, “crescenti rivalità e conflitti prolungati – rileva il rapporto – minacciano, la capacità di cooperazione necessaria per affrontare eventuali shock”.
In discesa nelle priorità degli Stati, il climate change perde posizioni anche nella percezione del rischio, superato da altre preoccupazioni, in particolare quelle per le conseguenze a lungo termine della debole governance dell’intelligenza artificiale.
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