Rapporto ASviS: Italia in ritardo su Agenda 2030, 58% traguardi non verrà raggiunto

A quattro anni dalla scadenza dell’Agenda 2030, l’Italia procede troppo lentamente verso lo sviluppo sostenibile: il 58% dei target quantitativi risulta fuori portata ai ritmi attuali, solo il 29% è raggiungibile, mentre il 13% mostra andamenti discordanti. In 15 anni il Paese ha guadagnato una crescita di meno di tre punti nell’indicatore sintetico calcolato dall’ASviS. La situazione peggiora se guardiamo all’ultimo anno: sei Goal sono in peggioramento (povertà, acqua, disuguaglianze, vita sulla Terra, pace e istituzioni), dieci hanno variazioni non significative e soltanto uno è in netto miglioramento (lavoro). E’ quanto emerge dall’undicesimo rapporto dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (AsviS), presentato oggi a Roma nell’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei Deputati. L’ASviS propone per questo un’agenda serrata di interventi e riforme da attuare subito e nella prossima legislatura per affrontare le emergenze del Paese, cogliere le opportunità e creare un’Italia più equa, resiliente e sostenibile da tutti i punti di vista. “A livello globale stiamo assistendo ad una vera e propria ‘regressione insostenibile’, che incide sulle condizioni di vita delle persone e del Pianeta, e genera continue crisi – sottolinea Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’ASviS – ma si moltiplicano i segnali negativi anche in Europa e in Italia. L’Alleanza propone profonde modifiche al modo di disegnare le politiche pubbliche nel nostro Paese, superando l’approccio emergenziale che oggi le caratterizza, e offre alle forze politiche un vero e proprio programma di legislatura elaborato dai suoi oltre 300 aderenti, con interventi precisi per le dimensioni economiche, sociali, ambientali e istituzionali”.

Dietro i numeri presentati nel Rapporto ci sono le condizioni di vita delle persone, soprattutto dei giovani. Nel 2025 erano in condizione di povertà assoluta oltre 5,4 milioni di persone, il 9,3% della popolazione, di cui 1,1 milioni sono minori (12,5%) e 1,2 milioni di giovani hanno tra i 18 e i 30 anni (12,1%); si tratta di valori più che doppi rispetto a quello relativo agli anziani (6,1%). Permane critico anche il divario per cittadinanza, con un’incidenza del 29,8% per le persone straniere a fronte del 7,3% di quelle italiane, e il divario territoriale con il Pil pro capite del Mezzogiorno fermo al 63% della media UE contro il 115% del Nord-Ovest. Le famiglie giovani soffrono un’inflazione cumulata sproporzionata. Tra dicembre 2018 e luglio 2026, l’inflazione cumulata per i nuclei con persona di riferimento tra i 18 e i 34 anni è stata del 28,7%, contro il 26,6% registrato per le famiglie con over 65 (+2,1% di divario). L’impatto è guidato dai rincari su casa ed energia (+38%) e ristorazione (+11%). Inoltre, la deprivazione abitativa grave colpisce il 12,1% degli under 35 e l’affitto assorbe in media il 31,1% del reddito delle famiglie povere. A questo si aggiunge il disagio psicologico, che interessa quasi un giovane su cinque nella fascia 18-34 anni e circa il 16% degli adolescenti. Un quadro che richiama la necessità di politiche capaci di sostenere l’autonomia economica, le opportunità e il benessere delle nuove generazioni.

Rispetto al 2010 l’Italia ha registrato vari peggioramenti e progressi complessivamente modesti: infatti, si trova oggi in condizioni peggiori di 15 anni fa per cinque Obiettivi (sconfiggere la povertà, acqua pulita e servizi igienico-sanitari, ridurre le disuguaglianze, vita sulla terra, pace, giustizia e istituzioni solide) e sostanzialmente invariate per altri cinque (sconfiggere la fame, salute e benessere, imprese, innovazione e infrastrutture; città e comunità sostenibili, partnership per gli obiettivi). Miglioramenti limitati si rilevano in cinque casi (istruzione di qualità, parità di genere, energia pulita e accessibile, lavoro dignitoso e crescita economica, lotta contro il cambiamento climatico, imprese e innovazione) e più consistenti solo per l’economia circolare e la vita sott’acqua.

Nel 2025 le fonti di energia rinnovabile sono arrivate a coprire solo il 20,5% dei consumi energetici complessivi del Paese, a fronte di una media UE del 26,2%. Questo ritmo d’avanzamento risulta ampiamente insufficiente e fuori traiettoria rispetto all’obiettivo vincolante del 42,5% fissato per il 2030 dall’Unione Europea e dal PNIEC, mettendo a rischio l’autonomia energetica e la decarbonizzazione nazionale. Per rientrare nei parametri europei occorre installare altri 70 GW di capacità rinnovabile entro il 2030, ma la crescita del solare viaggia a soli 5-7 GW all’anno rispetto ai 54 GW necessari nei prossimi quattro anni. A frenare la transizione, anche i ritardi nelle autorizzazioni, gli investimenti nelle reti e negli accumuli e un mercato elettrico ancora fortemente condizionato dal prezzo del gas. La temperatura media globale ha raggiunto+1,43°C rispetto all’era preindustriale. L’Italia, tra le aree europee più vulnerabili al cambiamento climatico: si registrano hotspot climatici in cui i fenomeni di surriscaldamento procedono a una velocità quasi doppia rispetto alle medie globali. L’Italia soffre costi enormi per l’inazione, con il 94,5% dei Comuni esposto a rischio di dissesto idrogeologico e danni da eventi estremi (alluvioni, erosione costiera e valanghe) che minacciano fino al 30% del valore della produzione agricola al 2050. A ciò si aggiungono i risvolti sanitari, con oltre 19mila morti premature legate alle ondate di calore registrate nel solo 2024. Nonostante l’intensificarsi degli eventi estremi, l’attuazione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici resta in ritardo. L’Italia continua a disperdere in media il 42,4% dell’acqua potabile immessa nelle reti di distribuzione, con picchi che raggiungono il 49,4% nelle regioni del Mezzogiorno e nell’Italia insulare rispetto al 33,6% del Nord-Est. Questa inefficienza infrastrutturale – unita a un indice di sfruttamento idrico pari a 10 (quasi il doppio della media UE di 5,15) – aggrava le crisi di siccità e gli stress climatici. La carenza idrica, le alluvioni e i deficit di gestione costano complessivamente al Paese oltre 13 miliardi di euro all’anno, portando nel 2024 a misure di razionamento dell’acqua nei capoluoghi per oltre un milione di redditi.

Il ritardo italiano non differisce da un quadro europeo e mondiale preoccupante. Nell’Unione europea la quota dei traguardi quantitativi raggiungibili entro il 2030 scende dal 53% al 47% e sette Obiettivi registrano un peggioramento nell’ultimo anno (povertà, salute, istruzione, disuguaglianze, vita sott’acqua, giustizia e istituzioni solide e partnership) e solamente per uno (sconfiggere la fame) si registra un miglioramento. A livello mondiale soltanto il 15% dei Target dell’Agenda 2030 + sulla buona strada per essere conseguito; il 21% registra progressi moderati, il 32% avanzamenti marginali, il 17% + in stagnazione e il 15% in regressione. Conflitti, crisi climatica e ambientale, tensioni geopolitiche e indebolimento di cooperazione e diplomazia ostacolano il cammino verso lo sviluppo sostenibile: nel 2025 gli aiuti allo sviluppo sono diminuiti del 23,1%, mentre la spesa militare mondiale ha raggiunto la cifra record di 2.900 miliardi di dollari, ben il 2,5% del Pil globale. L’impatto economico della violenza nel mondo e` stato quantificato in circa 21.800 miliardi di dollari nel 2025: una cifra pari a circa cinque volte il fabbisogno annuale di finanziamento per gli SDGs nei Paesi in via di sviluppo.

L’ASviS propone un’agenda di interventi da attuare subito e nella prossima legislatura, con particolare attenzione al contrasto alla povertà e alle disuguaglianze, alla competitività del sistema produttivo, alla transizione ecologica e digitale, alla salute, all’istruzione e al lavoro. Tra le proposte “di sistema” si segnalano l’assunzione della Strategia nazionale di sviluppo sostenibile (attualmente oggetto di revisione da parte del Governo) come quadro di coordinamento di tutte le politiche settoriali, da porre sotto la responsabilità della Presidenza del Consiglio; la costruzione di una governance anticipante, come l’Italia si è impegnata a fare sottoscrivendo nel 2024 il Patto sul Futuro dell’Onu, così da rendere il Paese capace di affrontare i rischi, ma anche di cogliere le opportunità future; stabilire l’equità intergenerazionale come principio guida per tutte le politiche, coerentemente con la modifica costituzionale avvenuta del 2022 e l’introduzione della Valutazione d’impatto generazionale (Vig) e di genere (Vige) delle nuove norme prevista dalla legge n.167/2025, da attuare il prima possibile.

Chiara Troiano

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