Nati sotto forma di superammortamenti, poi divenuti crediti d’imposta, gli incentivi Industria 4.0/Transizione 4.0 sono divenuti un pilastro del sostegno agli investimenti da parte del Governo. Ma quanto hanno funzionato davvero? A questa domanda ha provato a rispondere il Rapporto 2025 dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio che ha fotografato gli effetti degli incentivi nel periodo 2017-2022.
“Fino al 2019, questi incentivi si concentravano su maggiorazioni degli ammortamenti legati alla redditività delle imprese, mentre dal 2020 si trasformano in crediti d’imposta compensabili – spiega Maria Vittoria Tonelli, consigliera d’amministrazione della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili – uno strumento più accessibile, a prescindere dallo stato economico del beneficiario”.
Questa trasformazione ha allargato la platea delle imprese coinvolte, e questo ha portato – nel 2024 – all’introduzione di tetti di spesa e controlli più stringenti. Secondo il rapporto, tra il 2017 e il 2022 sono stati spesi circa 16 miliardi di euro in incentivi fiscali per l’innovazione.
Nel triennio 2017-2019, il 71% delle imprese agevolate ha registrato un cash-flow positivo, rispetto al 41% delle non agevolate. Con il passaggio ai crediti d’imposta (2020-2022), il divario si è ridotto ma resta evidente: 73% contro 53%.
Secondo l’analisi, le imprese che hanno usufruito degli incentivi hanno investito di più e assunto più personale, ma soprattutto, gli effetti si sono rivelati persistenti: gli incrementi di investimento e occupazione non si sono esauriti nell’anno di fruizione del credito, ma hanno avuto una coda positiva nei periodi successivi.
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