PORTO TARANTO VEDUTA EX ITALSIDER ( ILVA )
La tensione sociale a Taranto sale, in attesa del nuovo confronto tra sindacati e governo che si terrà domani alle 10, seguito da un consiglio dei ministri nel pomeriggio per tutelare i lavoratori dell’indotto. Sul tavolo ci sono l’emergenza occupazionale, la continuità produttiva e le prospettive industriali di lungo periodo non solo dello stabilimento, ma di tutta la filiera che ruota intorno.
Dopo la sentenza della corte d’Appello di Milano, che ha deciso la chiusura dell’area a caldo a partire dalla fine di ottobre, le aziende dell’indotto hanno infatti ripreso l’iter del licenziamento collettivo, scatenando la reazione dei lavoratori imprese aderenti ad Aigi, che ieri hanno scioperato per 24 ore e bloccato la città. Si tratta di circa 2.500 lavoratori, ai quali si aggiungono altri 1.700 dipendenti delle imprese Confapi. Nessuno di loro potrebbe utilizzare gli ammortizzatori sociali previsti per i lavoratori diretti.
“Servono atti concreti per tutelare occupazione e reddito”, esorta il segretario di Fim-Cisl Ferdinando Uliano, parlando di una vera “emergenza sociale“. Con lo stop dell’area a caldo i lavoratori dell’indotto a rischio arriverebbero quindi a quasi 5mila. A questi si sommano gli effetti sul personale diretto: sono già 4.450 i dipendenti in cassa integrazione e, con l’ulteriore riduzione delle attività, il numero complessivo degli addetti coinvolti arriverebbe vicino a 9mila. Resterebbero al lavoro soprattutto le persone necessarie al presidio degli impianti e una parte degli addetti alle lavorazioni a valle. La risposta, per i sindacati, non può essere affidata soltanto agli ammortizzatori sociali. Andrebbe valutata, propongono, anche una soluzione temporanea che consenta di mantenere una continuità produttiva dell’area a caldo, nel rispetto delle decisioni della magistratura e delle esigenze di tutela della salute.
Per Giovanni Fiori, commissario straordinario di Acciaierie d’Italia, la decisione del tribunale di Milano accelera un percorso che era comunque destinato a compiersi. La siderurgia di Taranto, sostiene, dovrà passare dai forni tradizionali ai forni elettrici alimentati con Dri, il preridotto di ferro. Una riconversione già prevista nei piani dei governi e degli investitori e resa, secondo Fiori, “inevitabile” dall’evoluzione del settore. L’obiettivo indicato è tornare a produrre acciaio a Taranto entro circa tre anni con il nuovo assetto tecnologico. Nel frattempo, però, la situazione è entrata in una fase critica. Giancarlo Quaranta, altro commissario straordinario di Acciaierie d’Italia, spiega che tra gli adempimenti indicati ci sono la rimozione di tutto l’amianto presente nell’area e la riduzione delle emissioni di polveri sottili. Proprio quest’ultimo requisito, secondo Quaranta, presenta difficoltà tecniche, anche perché non è stato fissato un limite minimo di emissioni da raggiungere, rendendo complessa l’individuazione e l’installazione della tecnologia necessaria entro 90 giorni.
Sul piano istituzionale, la Regione Puglia rilancia la richiesta di una misura straordinaria per il territorio. Il presidente Antonio Decaro chiede al governo una ‘legge speciale per Taranto’, accompagnata da un’Agenda capace di mettere insieme tutela dell’occupazione e prospettive industriali: “l’Europa prevede che in ogni Stato membro ci sia almeno una zona di accelerazione dell’attività produttiva, Taranto rispondere ai requisiti dei regolamenti europei“, ricorda il governatore. Le proposte sui contenuti di questa Agenda, spiega, sono emerse dal tavolo ministeriale già costituito e riguardano, tra le altre cose, la presenza di aziende, che hanno già rapporti con il ministero e che, in alcuni casi, sono passate da Invitalia. ”Chiediamo una attrattività maggiore rispetto agli strumenti previsti per il resto del Paese”. L’appello che sale dalla provincia di Taranto è quello di dare una prospettiva industriale che veda la presenza del pubblico. “È arrivato il momento di prendere delle decisioni”, tuona il presidente, Gianfranco Palmisano in audizione in Senato. In questo momento, il tema delle garanzie finanziare passa in secondo piano: “E’ importante, ma è superato perché lo spegnimento dell’area a caldo supera la questione emergenziale sulla necessità di individuare soggetti garanti. Il tema resta sempre quello di un piano industriale, di una prospettiva nel breve, nel medio e nel lungo periodo che possa garantire i lavoratori prima di tutto, perché la situazione a Taranto si sta riscaldando. La tensione sociale aumenta in maniera importante e il clima di incertezza non aiuta”, avverte.
A sottolineare l’importanza di avere un ciclo integrale dell’acciaio è Antonio Gozzi. Il peso dell’Ilva sull’economia italiana è “noto a tutti”, osserva, citando studi che evidenziano un’incidenza sul Pil tra lo 0,5% e l’1%, se si considera il complesso delle attività che usufruiscono del metallo di Taranto. Ma quello su cui si focalizza è l’autonomia strategica: “Alcuni tipi di metallo scompariranno, questo implica un indebolimento strategico della produzione siderurgica nel Paese”. La cordata italiana ha finora dichiarato nella sua manifestazione d’interesse, un interesse esclusivamente alla parte sotto l’area a caldo. Ma ricorda: “Far dipendere un modello di business da materiale importato rappresenta sul lungo periodo un elemento di fragilità, questo è un grande tema che vedrà coinvolto lo Stato”.
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