Close up photo of two hands exchanging money for shopping. One of hands is female's hand and the other one is a male's hand. Fruits and vegetables are seen blurred on the background. The money is Turkish Lira. Shot in daylight with a full frame DSLR camera.
Due rondini non fanno primavera, però danno un segnale. Mercoledì abbiamo saputo che a luglio i prezzi al consumo sono aumentati dell’8,5%, meno delle previsioni che si attendevano un +8,7% e soprattutto meno di giugno quando l’incremento era stato del 9,1%. Ieri, sempre dagli Stati Uniti, scopriamo che i prezzi alla produzione sono clamorosamente calati dello 0,5%, quando il mercato si attendeva un +0,2%: non si vedeva un segno meno da aprile 2020, ovvero il mese successivo allo scoppio della pandemia. Tradotto: l’inflazione al dettaglio (prezzi al consumo) e soprattutto quella all’ingrosso (prezzi alla produzione) rallentano. Questo perché i prodotti energetici sono scesi sia per gli automobilisti (da 5 a meno di 4 dollari al gallone per la benzina) che per le aziende (addirittura -9%).
Le Borse festeggiano, forse la Federal Reserve sarà meno aggressiva nell’alzare il costo del denaro. Ma forse – qualcuno avanza questa teoria – a marzo 2023 la stessa Fed potrebbe iniziare invece a tagliare i tassi, per evitare che la recessione che aleggia in entrambe le sponde dell’Atlantico non si trasformi in una crisi profonda. A livello finanziario l’Europa segue Wall Street euforica, mandando in scena un mini-rally di mezza estate che nessuno si sarebbe aspettato fino a qualche settimana fa. C’è una differenza tuttavia tra i rialzi americani e quelli europei, perchè non siamo tutti sulla stessa barca: l’inflazione può avere sviluppi diversi.
Gli Usa sono primi produttori mondiali di petrolio: con lo sfruttamento dello shale oil è di fatto raddoppiata l’estrazione di greggio statunitense dai 5,6 milioni di barili al giorno del 2011 ai 12 milioni di barili quotidiani del 2019. La capacità di raffinazione è di 18 milioni di barili al dì, tuttavia gli Stati Uniti consumano ogni giorno circa 20 milioni di barili di carburanti ottenuti dai processi di trasformazione chimico-fisica del petrolio. Ecco perché Washington necessita comunque di importare ancora greggio dai Paesi Opec+, il che espone il Paese alle tensioni geo-politiche (vedi guerra in Russia). Sul fronte gas invece nel 2021 la produzione è stata di 1000 miliardi di metri cubi. Gli Stati Uniti sono stati i più grandi produttori mondiali di gas naturale e le esportazioni sono state pari a 188 miliardi di metri cubi, di cui 87 miliardi via terra verso Canada e Messico e 101 miliardi a mezzo di navi gasiere (Gnl). I piani di sviluppo prevedono che l’esportazione di gas naturale degli Stati Uniti via nave raggiunga i 170 miliardi di metri cubi entro il 2024.
L’Europa? Consuma circa 11,5 milioni di barili al giorno di petrolio e 465 miliardi di metri cubi di gas, ma non è dotata né di giacimenti di gas o gas metano o carbone in grado di soddisfare il proprio fabbisogno energetico primario. Per dire: nella Ue viene importato il 90% del gas consumato.
La prospettiva di embargo sul petrolio russo, di cui l’Unione europea era dipendente, e soprattutto il rischio di interruzioni del gas, rischiano di delineare un percorso completamente diverso sul fronte inflazione per Usa e Ue. Basti pensare che a luglio l’inflazione americana è a +8,5%, quella del Vecchio Continente a +8,9%. Mentre i prezzi a produzione su base annua, a giugno, erano a +11,3% oltreoceano e a +37,2% da noi.
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