Su industria pesano guerre e rincari. Federmeccanica: “Settore in pericolo”

L’industria metalmeccanica e meccatronica italiana è sempre più fragile, stretta tra tensioni geopolitiche globali, volatilità dei costi energetici e una transizione ecologica e industriale complessa. L’allarme lo lancia la 179esima Indagine congiunturale di Federmeccanica presentata oggi, che fotografa una ripresa ancora troppo discontinua.

“La nostra industria è in pericolo e con essa lo è il futuro del Paese. I segnali della nostra indagine diventano tanti indizi che fanno una prova: potrebbe essere già una sentenza“, denuncia la vicepresidente di Federmeccanica con delega all’Ufficio Studi, Alessia Miotto. L’appello è rivolto al governo e all’Europa: “Dobbiamo unire le forze per proteggere l’industria in generale e la metalmeccanica in particolare“. Miotto richiama l’attenzione sui nodi critici interni, citando il caso ex Ilva, asset strategico “da salvaguardare per sviluppare un circuito virtuoso basato sul ciclo integrato e l’area a caldo, evitando di accrescere la dipendenza dell’Italia dall’estero“.

Nel dettaglio, l’attività produttiva ha evidenziato un rallentamento nel corso del trimestre, culminato con la frenata del mese di giugno. Tra aprile e giugno 2026, i volumi di produzione metalmeccanica sono cresciuti dello 0,5% rispetto ai primi tre mesi dell’anno e del 2,2% su base tendenziale rispetto allo stesso periodo del 2025 (a fronte di una produzione industriale generale salita dello 0,4% congiunturale e dello 0,5% tendenziale).

A sostenere la tenuta dell’aggregato è stata soprattutto la spinta arrivata dai comparti della fabbricazione di Autoveicoli e rimorchi (+3,2% congiunturale e +13,4% tendenziale) e degli Altri mezzi di trasporto (+2,1% e +4,9%). Segno meno, invece, per la produzione di Apparecchiature elettriche, scesa dell’1,7% rispetto al primo trimestre e dello 0,9% nei confronti del secondo trimestre 2025.

Nel contesto continentale, l’Unione Europea ha registrato un’inversione di tendenza positiva nel secondo trimestre: la produzione manifatturiera cresce dell’1,3% congiunturale e quella metalmeccanica dell’1,6%. Nel panorama europeo, la Germania segna un lieve recupero (+0,3%), la Spagna strappa una marcata ripresa (+3,3%), mentre la Francia (+0,4%) e l’Italia (+0,5%) confermano i modesti segnali già visti a inizio anno.

Sul fronte dell’export, il primo semestre del 2026 ha visto un incremento sul metalmeccanico dell’8,3% rispetto al primo semestre 2025. A trainare le vendite sono stati in particolare i mercati extracomunitari (+9,9%) rispetto a quelli dell’UE (+6,9%). Tra i Paesi comunitari cresce l’export verso Francia (+11,0%), Germania (+5,2%) e Spagna (+3,5%). Fuori dall’UE spicca il boom della Svizzera (+118,7%, guidato unicamente dalle vendite di metalli preziosi) e i dati positivi da USA (+4,2%), Regno Unito (+2,0%) e Turchia (+1,7%). Calano invece i flussi verso l’Asia: Cina (-4,1%), Giappone (-3,0%) e India (-10,2%). Le importazioni complessive, crescendo dell’11,9%, hanno portato il saldo dell’interscambio a 23 miliardi di euro, in calo dai 25 miliardi del primo semestre 2025.

Un capitolo centrale del report riguarda l’impatto del conflitto in Medio Oriente. Per il 46% delle aziende intervistate le ripercussioni sulla propria attività sono “significative” (con un 34% che teme un impatto prolungato nel tempo). I rincari di energia, trasporti e logistica gravano pesante sulle strutture dei costi: il 29% delle imprese ha dichiarato di aver scaricato solo in quota trascurabile (fino al 10%) gli aumenti sui prezzi finali di vendita, il 19% lo ha fatto in modo ridotto (10-40%) e il 18% in modo parziale. Solo il 7% delle aziende è riuscito a ribaltare sui prezzi oltre l’80% dei maggiori costi di produzione, mentre il 6% dichiara di non esserci ancora riuscito.

mariaelena.ribezzo

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