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“Il vino rappresenta un tassello insostituibile del nostro patrimonio culturale, della nostra storia, delle nostre tradizioni”. Il messaggio della premier Giorgia Meloni all’Assemblea generale di Unione Italiana Vini (Uiv) fotografa il peso economico e identitario di un comparto che vale miliardi di euro di export e migliaia di imprese. Ma dietro il primato italiano si apre una fase delicata: il vino prodotto in Italia cresce più della capacità del mercato di assorbirlo e le giacenze raggiungono livelli record.
Secondo l’Osservatorio Uiv, a maggio le scorte in cantina tra vino e mosti hanno superato i 53 milioni di ettolitri, il livello più alto dal 2022 e l’equivalente di un’intera vendemmia ferma nei depositi. Il dato, in aumento del 7,3% rispetto a maggio 2025, arriva nonostante tre vendemmie consecutive caratterizzate da volumi ridotti.
“Anche una vendemmia da 44 milioni di ettolitri non è più sostenibile”, ha avvertito il presidente Uiv Lamberto Frescobaldi, chiedendo “scelte coraggiose” perché “l’immobilismo sta già costando al settore molto più di qualsiasi intervento di riequilibrio”. Secondo Frescobaldi, l’eccesso di produzione sta incidendo su valore e redditività lungo tutta la filiera.
La fotografia di Uiv trova conferma anche nei dati ‘Cantina Italia’ del Ministero dell’Agricoltura, secondo cui al 31 maggio gli stabilimenti enologici registravano 49,1 milioni di ettolitri di vino, 4,2 milioni di ettolitri di mosti e oltre 66 mila ettolitri di vino nuovo ancora in fermentazione. Le giacenze di vino risultano superiori del 5,4% rispetto a un anno prima, mentre quelle dei mosti sono aumentate del 37,4%.
La concentrazione delle scorte evidenzia il peso del Nord Italia, che detiene il 56,4% del vino presente nelle cantine nazionali. Il Veneto rappresenta da solo il 25,2% del totale italiano, con quasi 12,4 milioni di ettolitri. Particolarmente rilevanti i dati delle province di Treviso, con 5,3 milioni di ettolitri, e Verona, con 4,3 milioni, pari all’8,9% delle giacenze nazionali.
Il problema non riguarda soltanto i volumi accumulati, ma la difficoltà crescente nel collocarli sul mercato. Nei primi tre mesi del 2026 l’export italiano di vino ha registrato un calo del 4% in volume e dell’8,3% in valore, mentre nella grande distribuzione italiana le vendite tra gennaio e maggio sono diminuite del 2%. La conseguenza è anche una progressiva perdita di valore: secondo Uiv, nei primi cinque mesi dell’anno i prezzi dello sfuso sono scesi del 6% per i vini Dop, del 7% per gli Igp e del 14,4% per i vini comuni, che assorbono circa il 75% dei declassamenti.
A pesare sono cambiamenti strutturali dei consumi. Secondo il responsabile dell’Osservatorio del vino Uiv, Carlo Flamini, dal 2019 al 2025 il mercato mondiale ha perso circa il 16% dei consumi, fermandosi a 2,2 miliardi di casse da nove litri. Oltre agli effetti di pandemia, inflazione e tensioni commerciali, incidono nuovi stili di vita, maggiore attenzione alla moderazione, la concorrenza di altre bevande e la difficoltà nel ricambio generazionale dei consumatori.
Il caso di Verona mostra quanto il tema sia rilevante per l’economia dei territori. Uno studio commissionato dalla Camera di Commercio di Verona a Economics Living Lab, spin-off dell’Università di Verona, stima che un calo del 5% dell’export di vino provocherebbe un danno economico complessivo di 261 milioni di euro sulla provincia, considerando gli effetti diretti e indiretti. Con una riduzione del 7%, scenario vicino al calo registrato dall’export del comparto bevande nel primo trimestre 2026, la perdita supererebbe i 366 milioni di euro.
Verona è uno dei principali poli vitivinicoli italiani, con oltre 7 mila viticoltori, più di 24 mila ettari vitati e un contributo superiore al 10% all’export nazionale del settore. “Una contrazione della domanda genera impatti rilevanti non solo diretti ma soprattutto indiretti e indotti”, ha spiegato il professor Francesco Pecci, evidenziando le ricadute su Pil, redditi delle famiglie ed entrate fiscali.
Il governo rivendica intanto il ruolo strategico del settore. Meloni ha sottolineato che “l’Italia ha confermato anche quest’anno il primato di primo produttore mondiale di vino” e che l’export “si attesta annualmente a una quota di 8 miliardi di euro”. La premier ha inoltre ribadito l’impegno contro “ogni forma di demonizzazione del vino”, richiamando il valore della promozione del consumo responsabile.
Ma la sfida del comparto sembra andare oltre la difesa del prodotto: riguarda la capacità di adattare produzione e strategie commerciali a una domanda diversa. Secondo l’ultima indagine Mediobanca sul settore vinicolo italiano, il 2025 si è chiuso con vendite in calo del 2,8%, più accentuato sui mercati esteri (-3,4%), con effetti sulla redditività delle imprese: Ebitda -4,2%, risultato operativo -9,5% e utile netto -7,5%.
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