Matteo Salvini parla di piano B per le Olimpiadi di Milano-Cortina. E quel piano B significa, per adesso in linea ipotetica, allargare i Giochi invernali del 2026 non solo a Lombardia, Veneto e provincia di Trento ma anche a Torino. Città che, ormai in un passato remoto, sotto la gestione della sindaca Chiara Appendino, rifiutò la candidatura “in coabitazione” preferendo consegnarsi ( per 5 anni) alle Atp Finals di tennis. Diventerebbero i Giochi dell’intero arco alpino e non sarebbe nemmeno male. Eppure…
Eppure, lato politica nazional-regionale, non si possono ignorare le strutture già esistenti dell’Olimpiade del 2006. Strutture che, non con troppi soldi, potrebbero tornare funzionali. Eppure, lato Torino, sarebbe folle non mettere a disposizione le strutture di cui sopra scollinando a mente fredda una presa di posizione che molti considerarono controproducente.
Eppure, in tempi di crisi profonda, conviene usare il buonsenso. Che è una sorta sciolina per rendere meno stridente qualsiasi ragionamento che coinvolga l’Italia dello sport e della politica. Al momento, al di là delle infrastrutture che sono il vero incubo dei Giochi (la variante di Cortina e quella di Longarone, la statale 36, la SS42 del Tonale per citarne alcune), mancano all’appello l’impianto che ospita le gare di pattinaggio in pista lunga e la pista di Bob. Tra il 18 e il 20 gennaio, molti di questi dubbi dovrebbero essere dissolti: nella prima data, a Cortina, verranno presentati e probabilmente approvati i lavori per il nuovo ‘Sliding center’, ovvero la riqualificazione della pista di bob Eugenio Monti; nella seconda data, la provincia di Trento stabilirà se procedere con i lavori di copertura della pista di Baselga di Pinè che vale una sessantina di milioni. Per il bob l’ok è quasi scontato, per il pattinaggio esattamente il contrario.
Il 27 febbraio è in calendario una nuova riunione per fare il punto sullo stato dell’arte, vedremo se in un mese abbondante saranno stati compiuti passi avanti. Intanto il vicepremier Salvini non si è fatto problemi ad allargare il perimetro dell’Olimpiade, cioè a trasformarla nei Giochi dell’intero arco alpino, consegnando sogni, ambizioni e responsabilità (forse) alla Torino di Stefano Lo Russo, nemico dichiarato di chi l’ha preceduto e proprio per questo determinatissimo ad aprire le porte della sua città al Cio.
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