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Franco Chimenti: “Non ero pazzo, ecco la mia Ryder ricca e sostenibile”

“Mi hanno dato del demente, cioè uno che era in condizioni precarie”, sibila Franco Chimenti, il presidente della Federgolf, l’uomo che ha portato la Ryder Cup in Italia, a Roma. “Mi rammento anche chi l’ha detto… Uno di Torino“: lo racconta con il sorriso ma anche con la memoria storica di un percorso mai facile. “E’ come organizzare in Marocco una gara di coppa del mondo di sci, mi sfottevano. Invece ce l’abbiamo fatta, abbiamo battuto Germania, Austria e Spagna… Erano le favorite… Adesso ci siamo, pronti a partire. E, me lo lasci evidenziare, senza nemmeno uno scandalo, quelle robe tipicamente italiane. Di questo ne vado orgoglioso”, sottolinea a GEA. Due settimane e sui green del golf club Marco Simone il team europeo e quello statunitense si sfideranno all’ultimo putt per una coppa che ha un valore enorme. “Non solo sportivo, perché i risvolti positivi sono quasi incalcolabili, legati al turismo, al giro di affari che un evento simile è capace di generare”, spiega Chimenti. “Noi abbiamo pagato per averlo, grazie al sostegno di un governo lungimirante. Ora raccogliamo i frutti, a livello golfistico e non solo. Io ho sempre detto: prima facciamolo poi vediamo i benefici che porta”.

In effetti i numeri che sciorina il presidente della Federgolf sono impressionati: “Sono stati venduti 300mila biglietti, ne avremmo potuti vendere il doppio ma ci sarebbero stati problemi di sicurezza. Non li potevamo buttare a mare… Arriveranno persone da 85 paesi, avevamo richieste per 150: c’è voluto un sorteggio per provare ad accontentare il maggior numero di gente possibile. In sala stampa ci saranno 800 addetti, qui è tutto mega. Il 27 settembre ci sarà una cena ufficiale a Caracalla con mille invitati”, spiega. Soddisfatto e felice, Chimenti. Adesso, però. Perché prima nulla è stato semplice: “Dal dicembre 2015 a oggi le difficoltà sono state enormi, ma non ho mai temuto di non farcela, non ho mai avuto dubbi”, rivela. Il giro di affari prodotto dalla Ryder viaggia con molti, molti zeri e un’attenzione particolare alla sostenibilità: “Sì, abbiamo puntato sulla sostenibilità, tutto è stato fatto in questa direzione. Dalle infrastrutture interne ed esterne al Marco Simone fino al campo di gioco che ha raccolto i consensi di Europa e Usa. Green e fairway sono perfetti”. Trattati senza fitofarmaci, nel rispetto del certificato Bio-golf che premia i circoli più virtuosi sotto il profilo della tutela ambientale. “Oggi il Marco Simone è completamente diverso in confronto a prima e tutto si svolgerà in un contesto armonico”, assicura. Al presidente tornano alla memoria ricordi ormai datati: “Ora sono tutti contenti, evviva, ma non dimentico che molti mi consideravano un megalomane, un pazzo…”.

Non si sbilancia su chi vincerà però ammette che “il campo favorisce l’Europa. In America hanno percorsi che sembrano autostrade, al Marco Simone se non sei preciso sei fritto. E perdi. Come è successo a Rory McIlroy due anni fa, alla buca 16… Un par 4 che è un par 3, raggiungibile con il driver. Se però vai storto o vai nel rough tanti saluti”, la nota tecnica su una Ryder quanto mai complicata da decifrare. “Il golf italiano deve ripartire da qui, da questo evento pazzesco“, l’eredità che lascia Chimenti. “Ma non adesso, poi… Tra un po’“, scherza.

Chiara Troiano

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