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Dazi, per l’Ue intesa con Usa a portata di mano. Ma approva contromisure per 93 miliardi

La partita tra Unione europea e Stati Uniti sui dazi sembra agli sgoccioli. I Paesi membri dell’Ue hanno adottato la lista di contromisure che con tariffe fino al 30% – in risposta alla misura annunciata dal presidente Donald Trump – andrebbe a colpire 93 miliardi di beni Usa importati.

Il condizionale è d’obbligo perché l’elenco è sospeso fino al 7 agosto e partirebbe solo nel caso in cui dalla trattativa in corso con Washington dovesse uscire una fumata nera. Ma Bruxelles, un accordo, lo considera vicino. “Sono in corso contatti quotidiani, sia a livello tecnico che a livello politico, con gli Stati Uniti. Crediamo che un accordo sia a portata di mano e stiamo lavorando con tutte le nostre forze per realizzarlo per i cittadini, le aziende, i consumatori dell’Ue“, afferma nel briefing con la stampa il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill. In tutte queste settimane e mesi, l’Unione ha mantenuto ferma la sua posizione: dialogo e preparazione. E ciò non cambia negli ultimi giorni di trattativa. “Stiamo procedendo su un doppio binario: negoziazioni e preparazione per l’eventualità che i negoziati non portino al risultato desiderato. Al momento, questa è la nostra massima priorità: negoziare, trovare una soluzione con gli Stati Uniti che eviti i peggiori potenziali problemi tariffari. Parallelamente, continuiamo a prepararci a tutti i possibili scenari nel caso in cui non si raggiunga un accordo con gli Usa“, ricorda.

Sul fronte della preparazione, intanto, l’esecutivo Ue ha deciso di unire le due liste di contromisure – la prima, in risposta ai dazi Usa del 25% (poi saliti al 50%) su acciaio e alluminio, che colpisce 21 miliardi di euro di prodotti Usa e che è in stand-by; la seconda, in risposta alle imposte doganali reciproche, che mira a 72 miliardi di beni a stelle e strisce – in una sola “chiara e coerente, che è stata votata e approvata dagli Stati membri” il 24 luglio. E nel tardo pomeriggio del 24 luglio è stata adottata dalla Commissione per essere poi pubblicata nella Gazzetta ufficiale. Questa parte del lavoro, dunque, è conclusa e Palazzo Berlaymont non ha intenzione da qui al primo agosto, “data di scadenza imposta dagli Usa“, di mettere sul tavolo ulteriori misure. “Nonostante ciò, continuiamo a prepararci a tutti gli scenari. Tutte le opzioni restano sul tavolo“, dettaglia ancora il portavoce.

Intanto, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, da Pechino, dove è volata con il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, per il vertice Ue-Cina, ribadisce che “l’obiettivo principale” dell’Ue “è raggiungere una soluzione negoziata” con gli Usa. Ma che sia soddisfacente. “Vogliamo una soluzione negoziata. Al momento, abbiamo in corso contatti e discussioni tecniche e politiche molto intensi. Ma da settimane abbiamo chiarito che, mentre vogliamo una soluzione negoziata, tutti gli altri strumenti sono sul tavolo e rimarranno sul tavolo finché non raggiungere un risultato soddisfacente“, puntualizza von der Leyen. A quanto si apprende da fonti diplomatiche Ue, la situazione attuale sul tavolo prevede una percentuale base del 15% – inclusa la clausola di Nazione più favorita (Npf) che corrisponde a una media del 4,8% per gli scambi commerciali tra Ue e Usa – con alcune esenzioni ancora da definire. L’Ue potrebbe a sua volta ridurre i suoi dazi a livello di Npf, dunque al 4,8%, o allo 0% per alcuni prodotti nell’ambito dell’accordo. “La decisione finale spetta al presidente Usa, Donald Trump”, spiegano le fonti.

Infine, la presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, nella conferenza stampa al termine della riunione del direttivo della Bce che ha lasciato invariato i tassi di interesse, spiega che “nel primo trimestre l’economia è cresciuta più del previsto, in parte perché le aziende hanno spinto sull’export alla luce dell’arrivo dei dazi, ma anche grazie a maggiori spese e consumi” e che “i sondaggi recenti mostrano una modesta crescita, sia per il manifatturiero che per i servizi”. Segnali positivi anche se “dazi più alti e un euro più forti stanno rendendo le aziende più esitanti a investire“. Non a caso, dunque, oltre il 60% delle aziende tedesche dichiara di essere “influenzata negativamente” dai dazi statunitensi e quasi altrettante temono “una maggiore pressione concorrenziale” da parte delle aziende cinesi a seguito della politica commerciale del presidente Usa, Donald Trump.

In base a quanto riportato dall’ultima indagine condotta su giugno dall’Ifo, istituto tedesco di ricerca economica, su un campione di oltre 1.500 aziende manifatturiere circa un terzo prevede che il mercato statunitense “perderà importanza” per la propria azienda entro la fine del mandato di Trump. Allo stesso tempo, però, molte prevedono la crescente importanza del mercato unico europeo. In più, la politica economica dell’amministrazione Trump sta influenzando anche i piani di investimento delle aziende tedesche: circa il 30% delle aziende ha rinviato i propri investimenti negli Stati Uniti e circa il 15% ha addirittura annullato completamente i propri investimenti.

dario.borriello

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