“Siamo drogati da anni di consumo sfrenato e superfluo. Ora rinunciare a tutta la plastica che ci circonda è difficile”. Così Pierfrancesco Cerruti, ricercatore senior dell’Istituto per i polimeri compositi e i biomateriali del Cnr. In una intervista a Repubblica aggiunge: “Le industrie possono ridurre le varietà di plastica e additivi per facilitare il riciclo. A volte in un oggetto di plastica troviamo venti molecole e polimeri diversi. Questo complica il recupero. Il Pet delle bottiglie è ben riciclabile anche perché può essere raccolto in modo omogeneo. I cittadini possono scegliere beni senza un packaging sovradimensionato. A volte compriamo più plastica che prodotto”. Cerruti spiega sulle plastiche biodegradabili: “Spesso si degradano in tempi rapidi solo in condizioni ben precise, ad esempio negli impianti di compostaggio industriali. Nell’acqua di mare non si dissolvono rapidamente neanche quelle biodegradabili. Sono allo studio nuovi materiali, prodotti ad esempio da batteri ingegnerizzati geneticamente. Si degradano anche in mare, ma hanno costi alti. La plastica tradizionale sta attorno a 1-1,5 euro al chilo, quella prodotta da batteri arriva a 10. Buona parte della nostra economia ruota da decenni attorno al petrolio. Cambiare metodi di produzione richiede investimenti. E non si sa chi debba farsene carico”.
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