Dall’ultimo aggiornamento dell’Ispra emerge che tra il 2006 e il 2020, 54 dei 644 comuni costieri hanno subìto una perdita di costa lunga più del 50% dell’intero tratto di competenza. Solo in un comune, quello di Rotondella, in Basilicata, tutto il bagnasciuga è stato sommerso dall’acqua. Complessivamente, riporta l’Istituto, la lunghezza di litorale italiano soggetto a modifiche negli ultimi anni è di 1.913 km su 8.300 totali. La colpa è dell’uomo, per due ragioni: “Dighe e sbarramenti che hanno impoverito i fiumi dei sedimenti che vengono trasportati dalla corrente verso la foce del mare e la scomparsa delle dune costiere a favore dello sviluppo di stabilimenti balneari, strade e case sul lungomare”, dice Filippo D’Ascola, coordinatore del gruppo di lavoro sul monitoraggio dell’assetto costiero dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). In un dialogo con il Corriere della Sera aggiunge: “Il dato è il risultato anche delle opere che sono state realizzate per difendere i litorali e dei versamenti artificiali di sabbia e ghiaia sulle coste erose, con l’esborso di ingenti quantità di denaro”. Quali misure prendere per salvare le nostre spiagge? “Innanzitutto – spiega D’Ascola – garantire ai fiumi la possibilità di esistere, assicurando che abbiano un bilanciato apporto di materiale solido e di conseguenza evitando che dighe con grandi bacini e briglie intrappolino un eccesso di sedimenti compromettendo l’ecosistema fluviale e riducendo il trasferimento di materiale al mare. È prioritario rinaturalizzare i fiumi, liberandoli per quanto possibile da dighe e barriere e dove necessario intervenendo con opere di ingegneria naturalistica, come gli argini di pietrame, per dare più spazio al corso d’acqua, riattivare la sua energia e favorire l’accumulo di materiali e la crescita di alberi che fungeranno da difese naturali”.
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