“I dati del Pil cinese sono arrivati puntuali, ordinati, rassicuranti. Così rassicuranti da sembrare quasi un comunicato pubblicitario: la crescita tiene, l’obiettivo è centrato, il grafico sale quanto basta per consentire a Pechino di sorridere e al resto del mondo di sospirare di sollievo”. Lo scrive Giuliano Noci, professore Ordinario in Ingegneria Economico- Gestionale presso la School of Management del Politecnico di Milano, in un suo intervento sul Sole 24 Ore. “Ma leggere quei numeri come una prova di solidità è come osservare un sismografo che traccia una linea perfetta mentre, sotto la superficie, le faglie accumulano energia. Il 2025 si chiude per la Cina con un segnale apparentemente tranquillo – scrive ancora Noci. Ed è proprio questa tranquillità a rendere il dato inquietante. Pechino ha dimostrato una capacità di tenuta che molti in Occidente avevano frettolosamente archiviato come propaganda. Ha assorbito disinvoltamente l’urto dei dazi americani senza scivolare nella recessione, ha risposto senza proclami usando l’arma più efficace del XXI secolo – il controllo della raffinazione delle terre rare – e ha consolidato una leadership tecnologica che non è più episodica, ma strutturale”.
Noci poi aggiunge: “Il sismografo del Pil registra stabilità. Peccato che il Pil, per definizione, misuri solo ciò che emerge, non ciò che si accumula. Perché la crescita del 2025 poggia su un equilibrio sempre più sottile. Ancora una volta è stato l’export a fare da ammortizzatore, compensando una domanda interna debole, prudente, quasi diffidente. Ma l’export è anche il punto di massima vulnerabilità. La Cina produce più di quanto il mondo sia disposto – o politicamente in grado – di assorbire. E dopo la lezione impartita con le terre rare, nessun Paese è più disposto ad accettare una dipendenza industriale così concentrata. Il successo diventa la premessa dell’ostilità”.
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