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Gas, Anbi: No a nuove estrazioni in Alto Adriatico

“Tra il 1938 e il 1964 il Polesine ha sostenuto gran parte della richiesta di produzione energetica nazionale, arrivando, tra il 1960 e il 1961, a picchi di 290 milioni di metri cubi annui di gas metano estratti, pari al 40% della produzione nazionale. La contropartita ambientale è stata il progressivo sprofondamento del territorio, iniziato negli anni ’40 e che ha registrato alla fine degli anni ’70, in alcune aree, un abbassamento fino a 3,50 metri, continuando a scendere ancora oggi seppur con un ritmo più lento”. Lo ha detto Francesco Musco, docente all’Università IUAV di Venezia in una nota diffusa dall’Anbi, l’Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue. L’ente ha recentemente promosso il convegno ‘Subsidenza, vietato dimenticare’ nel Museo Regionale della Bonifica Ca’ Vendramin a Taglio di Po, in provincia di Rovigo, davanti a una platea affollata di amministratori locali e rappresentanti delle categorie economiche.
Per Anbi “il Polesine ha dunque sostenuto l’economia dell’Italia per quasi trent’anni, pagando un prezzo nell’equilibrio territoriale, che richiede ancora oggi ingenti risorse per la mitigazione dei danni, ma l’ultima significativa linea di finanziamento (Legge 205 del 2017) si è esaurita due anni fa: nel 2024, l’ultima tranche erogata. Oggi quindi è solo quella popolazione a sobbarcarsi gli oneri della subsidenza con l’incubo di nuove estrazioni in Alto Adriatico”.
“Ad aggravare la situazione c’è ora anche l’innalzamento del mare” aggiunge Jaroslav Mysiak, esperto del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC). “I Consorzi di bonifica ed irrigazione credono fortemente nella necessità di intervenire, perché questi territori devono continuare a vivere – ha dichiarato Francesco Vincenzi, presidente di Anbi -. Per farlo, serve un metodo; il confronto scientifico deve essere la base di ogni scelta: solo attraverso dati, analisi e competenze si possono costruire soluzioni efficaci e sostenibili. Le Autorità di distretto non possono permettersi di guardare dall’altra parte di fronte a queste criticità ed anche la Direttiva Quadro Acque deve considerare le esigenze specifiche dei singoli territori, soprattutto se complessi e fragili come il delta del Po. Il Polesine può essere un motore ed un modello economico anche per le altre aree interne e marginali, che dimostrano quotidianamente la loro valenza sociale e produttiva”. (Segue)

redazione

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