In presenza di una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, nello scenario più grave, fino al 3% della produzione dell’area euro potrebbe essere messo a rischio qualora le imprese non riuscissero a sostituire rapidamente le forniture energetiche mancanti. In un’ipotesi più favorevole, caratterizzata da una maggiore capacità di adattamento delle imprese e dalla diversificazione degli approvvigionamenti, l’impatto sarebbe decisamente più contenuto, con una perdita di produzione compresa tra lo 0,4% e lo 0,6%. Lo riporta la Bce in uno studio pubblicato sul blog. L’istituto di Francoforte sottolinea inoltre che il problema non riguarderebbe soltanto petrolio e gas. Un blocco delle esportazioni dal Golfo potrebbe infatti compromettere la disponibilità di prodotti petrolchimici, fertilizzanti, alluminio, metanolo ed elio, materiali fondamentali per numerosi comparti industriali, tra cui semiconduttori, aerospazio, chimica e manifattura avanzata. Le difficoltà di approvvigionamento potrebbero così propagarsi lungo le catene globali del valore, amplificando gli effetti negativi sull’attività economica.
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