“Abbiamo provato a calcolare per quanto tempo saremmo in grado di resistere a livello mondiale e in che modo l’offerta globale potrebbe reggere. Dietro queste stime ci sono diverse ipotesi: quando diciamo che la chiusura dello Stretto per 9-11 mesi porterebbe a una carenza di petrolio, ci basiamo sull’ipotesi di una chiusura dell’80% e sull’utilizzo a piena capacità dell’oleodotto saudita che trasporta 7 milioni di barili direttamente sul Mar Rosso. Sommando a questo il valore in uscita dal Golfo di Oman, arriviamo a circa 8,8 milioni di barili. Aggiungendo un po’ di capacità residua utilizzata in giro per il mondo, avremmo comunque una scarsità di circa 6,97 milioni di barili. È chiaro che queste sono solo ipotesi, sia per quanto riguarda l’80% di chiusura, sia per la reale funzionalità degli oleodotti a piena capacità. Quello che attraversa gli Emirati, ad esempio, risulta interrotto da una settimana; non è chiaro quali quantità riescano ancora a transitare e le navi non caricano a pieno ritmo. Se ipotizzassimo una chiusura al 100% dello Stretto e il malfunzionamento degli oleodotti, arriveremo a una carenza di 12,7 milioni di barili. Al momento la situazione è gestibile ma il prolungarsi di questa chiusura potrebbe innescare la più grande crisi petrolifera della storia”. Lo dice Alessandro Fontana è il Direttore del Centro Studi Confindustria, durante la presentazione del Rapporto di previsione di CSC su ‘Guerre, dazi, incertezza, a rischio la crescita’. (Segue)
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