“Le operazioni tradizionali per estrarre i noduli polimetallici hanno un impatto sul fondale che può essere devastante. Coinvolgono, infatti, i sedimenti marini, provocando nuvole di particelle (plume) che si diffondono su vaste aree, anche fino a cento chilometri di distanza dalla zona di estrazione, bloccando i filtri naturali e riducendo il cibo per le comunità microbiche, cruciali per la salute dell’ecosistema, con conseguenze sul cambiamento climatico”. Così Davide Benedetti, presidente e amministratore delegato della Decomar. “La nostra tecnologia, a prelievo in circuito chiuso, utilizza invece un fluido capace di scavare il fondale, non più di 30 centimetri, senza inquinare il mare né rilasciare alcun tipo di sostanza. Si opera in una porzione controllata e ristretta, dove esistono i noduli polimetallici. In più, si possono separare e dividere le terre rare presenti nei noduli”, spiega a Il Corriere Economia in maniera da abbattere i rischi, ad esempio, di estrazione di materie critiche nell’Oceano Pacifico, tra i 4 mila e i 6 mila metri di profondità. La tecnologia Decomar è già stata brevettata in 31 Paesi.
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