“Una legge a riguardo è importante e urgente: dà certezza del diritto, tutela l’immagine del made in Italy nel mondo e salvaguarda i posti di lavoro. Senza regole chiare e condivise, il rischio concreto è che le produzioni si spostino all’estero o che i brand internazionali rinuncino a produrre in Italia. Questo avrebbe conseguenze gravissime per la seconda industria del Paese che occupa circa 600 mila lavoratori diretti e altrettanti nel terziario”. Così Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della moda italiana (Cnmi), in una intervista a Il Corriere della Sera. “La proposta presentata il primo agosto al Mimit (firmata da Camera Nazionale della Moda, Confindustria Moda, Confindustria Accessori, Altagamma, Confartigianato e CNA Federmoda) è stata inserita nel decreto Pmi per velocizzarne l’iter. In questa sintesi, però, alcuni passaggi sono stati modificati e il testo finale non corrispondeva più a quello condiviso al tavolo della moda”. Uno dei punti più contestati è stato il cosiddetto scudo penale: “È bene chiarirlo con forza: lo scudo penale non è mai stato parte della nostra proposta, anzi lo abbiamo sempre osteggiato – spiega -. È inapplicabile sul piano giuridico, perché entra in contraddizione con la normativa esistente, e soprattutto è dannoso sul piano dell’immagine. Per questo abbiamo chiesto di riportare la norma alla sua formulazione originaria”. Nello specifico: “Se una filiera è certificata secondo criteri specifici per la moda, non deve essere automaticamente assoggettata alla normativa antimafia, ma alle regole ordinarie”.
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