L’Italia “si sta rivelando abbastanza matura” sul nucleare. Ma le aziende europee che si stanno attrezzando per la fusione scontano ancora un divario “di almeno cinque anni” rispetto alle concorrenti oltreoceano. Lo dice Robert Mumgaard, co-fondatore e amministratore delegato del Commonwealth Fusion Systems (Cfs), spin-off del Massachussetts Institute of Technology nato nel 2018 con sede a Cambridge. Come riporta La Stampa, altro non è che la società specializzata in fusione nucleare al vertice per finanziamenti raccolti a livello mondiale: oltre 2 miliardi di dollari. Poco meno di un terzo degli investimenti complessivi nelle aziende del settore, che ammontano a 7,1 miliardi di dollari stando all’ultimo rapporto della Fusion Industry Association. Tornando alla corsa verso il nucleare, il rischio di restare ai nastri di partenza è concreto, per due ragioni: “La Cina che si sta muovendo in maniera verticale e aggressiva sul tema e il Regno Unito sempre più ambizioso”. E ancora: “Il governo italiano sta andando nella giusta direzione nel capire questa distinzione – continua Mumgaard –. La premier Giorgia Meloni ha compreso i vantaggi della fusione. Il Paese può trarre consistenti benefici economici, diventando un punto di riferimento, se adottasse politiche di regolamentazione per la commercializzazione”.
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