“L’impatto della guerra nel Medio Oriente è estremamente disomogeneo. L’Oman, il cui accesso al mare si trova interamente al di fuori dello Stretto di Hormuz, subisce solo un modesto declassamento (circa 0,5 punti percentuali) e dovrebbe registrare un miglioramento dei saldi di bilancio e delle partite correnti grazie all’aumento dei prezzi del petrolio. Al contrario, il Qatar subisce la revisione più drastica a livello globale, pari -14,7 punti percentuali rispetto a ottobre, a causa dei gravi danni alle infrastrutture e dell’interruzione quasi totale delle esportazioni di Gnl”. Lo stima il Fondo Monetario Internazionale nel suo outlook regionale del Medio Oriente-Asia Centrale, secondo cui il Pil del Qatar è visto a -8,6% nel 2026 dal +2,8% del 2025, il Kuwait scivolerebbe a -0,6% dal +3,5%, l’Arabia Saudita al +3,1% dal +4,5% e gli Emirati Arabi al +3,1% dal +5,8%. Secondo gli esperti di Washington, “le economie importatrici di petrolio — tra cui Egitto, Giordania, Libano e Pakistan — devono affrontare vulnerabilità aggravate”. L’Egitto e soprattutto la Giordania dipendono dalle importazioni di gas naturale da Israele (circa il 70% delle importazioni totali di petrolio e gas per la Giordania e circa il 15% per l’Egitto), mentre tutti e quattro i paesi dipendono fortemente dalle rimesse dei lavoratori con sede nei paesi del Golfo (circa il 5% del Pil).
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