Per il Ponte sullo Stretto, il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Giuseppe Busia ha sempre pensato che la procedura sia nata storta e non l’ha nascosto nelle audizioni parlamentari. “Rischiamo grosso perché l’Italia deve comunque rispettare le direttive europee e con questo appalto da 13 miliardi non messo a gara siamo ai limiti delle norme”. In un’intervista a La Stampa precisa: “Ovviamente non intendo commentare un’inchiesta penale ai primi passi. Posso solo dire che vale, in questa come in tutte le inchieste, la presunzione di innocenza. E aggiungo che bisogna lasciar lavorare la procura di Roma”. E ancora: “Che in generale gli appetiti ci siano, purtroppo ce lo dicono fin troppe inchieste. Ed è naturale che un’opera di quel tipo attiri appetiti e coinvolga interessi rilevantissimi. Quindi mi sento di dire che occorre non abbassare la guardia. Con riferimento specifico al Ponte, ma pure in generale: il rischio corruzione è altissimo. Purtroppo, abbiamo assistito ad un abbassamento delle garanzie dal punto di vista normativo”.
Busia poi aggiunge: “Con riferimento alla fase esecutiva, avevo sottolineato i rischi di possibili infiltrazioni da parte della criminalità organizzata, che richiederebbero comunque misure particolarmente stringenti. Quest’inchiesta, se fosse confermata, ci dice però del tentativo di influenzare addirittura i soggetti e le istituzioni deputate alla funzione di controllo. È evidente che questo accresce molto le preoccupazioni, evidenziando la necessità di massima trasparenza. Detto questo, ci sono perplessità che permangono, indipendentemente dalle indagini in corso”.
In tem di perplessità, “la prima è che su quest’opera si è evitato di svolgere una procedura trasparente e concorrenziale. Mi spiego: si è scelto di non avviare una nuova gara, come invece sarebbe stato più conveniente. Più conveniente anche in termini di tempi, come dimostra il fatto che ad oggi non si è fatto alcun passo dal punto di vista realizzativo. Va infatti ricordato che con il primo decreto sul Ponte, ormai più di tre anni fa, si è scelto di utilizzare il progetto vecchio di oltre 10 anni, per realizzare un’opera ingegneristica senza eguali: il ponte a campata unica più lungo al mondo”. E infine: “Il vecchio progetto di fatto valeva molto poco, perché l’Italia nel frattempo aveva stabilito di non volerlo utilizzare. Il privato che lo aveva realizzato, aveva per questo chiesto un risarcimento, perdendo però in primo grado. E l’appello si sarebbe svolto pochi mesi dopo. Invece di attendere tale giudizio o, comunque, di acquistarlo per poco, attraverso una transazione, magari per metterlo a base di gara, con decreto si è invece deciso che quel progetto era l’unico da usare, valorizzando moltissimo un bene di un’impresa privata, che nel frattempo si contrapponeva in giudizio. Al di là dei maggiori costi, con tale scelta ci si è anche esposti a un rischio notevolissimo, che è quello della possibile violazione dei vincoli europei”.
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