“Oggi con i satelliti riusciamo a vederla bene, la crosta terrestre che si piega e si deforma. Si muove al ritmo di pochi micron al giorno, qualche millimetro all’anno. Poi arriva un punto in cui le rocce non ce la fanno più, e si spezzano, liberando in un attimo tutta l’energia elastica che avevano accumulato magari in migliaia di anni”. Così Carlo Doglioni, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), in una intervista a Repubblica sul terremoto che ha sconvolto Turchia e Siria. Doglioni poi prosegue analizzando le dimensioni del sisma perché l’Anatolia si è spostata “almeno 5 metri, viste le dimensioni della faglia che si è attivata”. E ancora sui chilometri di frattura “150 all’inizio, dopo la scossa principale della notte di magnitudo 7.8. Poi ne sono avvenute molte altre, soprattutto la 7.5 della tarda mattinata, che ha coinvolto una faglia diversa. Alla fine della giornata la lunghezza della rottura è arrivata probabilmente a oltre 200 chilometri. I satelliti nei prossimi giorni ci faranno vedere con precisione quanto è estesa la superficie deformata, ma stimiamoche l’area mobilizzata da questa sequenza arrivi a 20mila chilometri quadri. Più è estesa, purtroppo, più ci sono danni. L’immagine che i satelliti ci forniscono passando sopra a un terremoto è una sorta di impronta digitale del sisma. Ci fa vedere la deformazione del terreno, sia in orizzontale che in verticale”.
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