L’Amazzonia tra sostenibilità, biopirateria e bioeconomia

Al Forum di Davos, politici e finanzieri sudamericani hanno chiesto nuove forme di sfruttamento sostenibile dell’Amazzonia. In particolare, secondo Gustavo Montezano, presidente della banca brasiliana di sviluppo (Bndes) “si tratta di regolamentare, legiferare e porre le basi affinché gli abitanti della foresta diventino imprenditori, che è ciò che vogliono veramente“. La banca sta finanziando il rinverdimento dell’Amazzonia a fronte di una cultura che per anni ha creduto che “distruggere la foresta crea valore economico“.

Il bacino amazzonico, con una superficie di 7,4 milioni di km2, copre quasi il 40% del Sud America e si estende su nove Paesi, con una popolazione stimata di 34 milioni di persone, due terzi delle quali vivono in città. In quest’ottica, molti chiedono il rafforzamento dell’Organizzazione del Trattato di Cooperazione Amazzonica (Otca), che esiste dagli anni ’70 per proteggere la foresta e che nel 2019 ha riaffermato la sua ambizione transnazionale, anche se non tutti i Paesi ne fanno parte.

Il presidente colombiano Iván Duque, da parte sua, sostiene una politica del bastone e della carota: punire la deforestazione e incoraggiare la coltivazione sostenibile di frutti come il copoazù, un albero vicino al cacao, o di bacche sempre più di moda come l’açai e il camu camu. Dopo il Brasile, il Perù è il secondo Paese con il territorio più esteso in Amazzonia, “una regione storicamente dimenticata dallo Stato“, secondo la vicepresidente Dina Boluarte, che ha chiesto l’acquisto di frutta coltivata nella regione “a un prezzo equo“.

Ma questa “bioeconomia“, descritta dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) come la trasformazione sostenibile delle risorse biologiche, ha bisogno dell’aiuto delle amministrazioni pubbliche per diventare una vera alternativa ad attività come l’allevamento di bestiame o l’estrazione mineraria, che distruggono la foresta pluviale.

Uno studio dell’economista venezuelano Ricardo Hausmann, professore all’Università di Harvard negli Stati Uniti e ministro negli anni ’90, dimostra che la vicinanza delle strade costruite dai governi locali favorisce l’allevamento del bestiame e quindi la deforestazione. Gli allevatori di bestiame hanno bisogno di buone infrastrutture stradali per vendere i loro prodotti. “Il 90% della deforestazione avviene entro dieci chilometri dalle strade. E chi costruisce queste strade? Sindaci e governatori“, afferma l’economista, sottolineando le contraddizioni tra politiche locali e nazionali.

Un’altra questione preoccupante è la biopirateria, che consiste nello sfruttamento delle risorse biologiche, come nel caso dell’estrazione di piante medicinali da parte di grandi aziende, che colpisce la natura e le popolazioni indigene. A livello internazionale, i sistemi di tariffazione del carbonio fanno ancora poco per limitare la deforestazione: il prezzo per tonnellata di CO2 è troppo basso per scoraggiare le attività che danneggiano l’Amazzonia. “Solo se il prezzo è giusto, la gente smetterà di fare quello che sta facendo. La modifica degli incentivi sarà più efficace della coercizione“, ha dichiarato a Davos Mário Mesquita, capo economista della banca brasiliana Itaú Unibanco.

Nonostante queste difficoltà, il governatore dello Stato di Parà, che produce la maggior parte degli açai del Brasile, si è detto ottimista: Helder Barbalho ritiene che sia ancora possibile “riconciliare la gente con l’economia” per salvare l’Amazzonia.

Nadia Bisson

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