Dazi Usa al 30% valgono oltre 30 mld di Pil. Confindustria: “Tariffe insostenibili”

Allarme dazi americani per Confindustria, secondo la quale le tensioni commerciali tra Stati Uniti ed Europa iniziano a mostrare i primi effetti sull’economia italiana. Le esportazioni verso il mercato americano hanno tenuto nei mesi di aprile e maggio, segnando un lieve incremento tendenziale dello 0,4%, dopo un primo trimestre in forte crescita (+11,8%) dovuto a un’accelerazione anticipata delle vendite per evitare l’impatto dei nuovi dazi (frontloading). Tuttavia, il rallentamento è già visibile in alcuni comparti: i settori ancora esenti, come farmaceutico e legno, hanno registrato forti aumenti, ma quelli già colpiti da tariffe più elevate – come metalli e autoveicoli – sono entrati in fase calante. Meno chiara la situazione nei comparti soggetti a dazi del 10%, che potrebbero essere triplicati a partire da agosto, si legge nel focus contenuto nella ‘Congiuntura flash’ di Confindustria.

Secondo un’indagine condotta dalla Banca d’Italia, l’80% delle imprese italiane che hanno gli Stati Uniti come principale mercato di sbocco prevede un calo dell’export già dal secondo trimestre dell’anno. Più in generale, metà delle aziende si aspetta una riduzione delle esportazioni e una su cinque anche un taglio degli investimenti. In termini numerici, stando al Centro Studi di Confindustria, qualora venissero introdotti dazi permanenti al 30% su tutti i prodotti italiani e con un tasso di cambio euro-dollaro invariato, le vendite di beni italiani negli Stati Uniti potrebbero crollare di 38 miliardi di euro. Si tratta di una riduzione del 58% dell’attuale export verso gli Usa, pari al 6% del totale delle esportazioni italiane e al 4% della produzione manifatturiera nazionale, tenendo conto anche degli impatti indiretti. Numeri “insostenibili” recita il titolo del focus del Cs di Confindustria.

L’effetto combinato tra l’innalzamento delle tariffe e la svalutazione del dollaro comprometterebbe la competitività di prezzo dei prodotti europei, penalizzando i fornitori italiani rispetto ai produttori americani e a quelli di paesi terzi non soggetti a misure restrittive. A rendere più pesante l’impatto sarebbe anche l’instabilità politica nei rapporti transatlantici e il rallentamento congiunturale dell’economia statunitense. Tuttavia, trattandosi in molti casi di beni ad alto valore aggiunto e difficilmente sostituibili, l’effetto stimato sarebbe di medio-lungo periodo, e diventerebbe strutturale solo in presenza di dazi permanenti e spostamenti produttivi verso il suolo americano. Un parziale sollievo arriverebbe dalla capacità del sistema produttivo italiano di diversificare i mercati di destinazione. In base a una simulazione dello stesso Centro Studi di Viale dell’Astronomia, le vendite nel resto del mondo potrebbero crescere di circa 13 miliardi cumulati entro il 2027, compensando solo in parte le perdite negli Stati Uniti. Anche in questo scenario alternativo, però, l’export complessivo si ridurrebbe del 4% e gli investimenti in macchinari e impianti scenderebbero dell’1% rispetto a un quadro base privo di dazi. L’impatto complessivo sul Pil sarebbe dello 0,8% in meno rispetto al livello previsto nel 2027.

Un’ulteriore valutazione sull’effetto dazi arriva dall’ultima edizione dell’EY Parthenon Bulletin, secondo cui le tariffe annunciate dal governo americano potrebbero azzerare la crescita economica italiana nei prossimi due anni. In uno scenario che prevede l’entrata in vigore delle cosiddette ‘reciprocal tariff’ al 30% a partire dal 1° agosto, la contrazione cumulata del Pil tra il 2025 e il 2026 sarebbe pari all’1,4%, con un impatto negativo vicino ai 30 miliardi di euro. Se invece i dazi si fermassero al 20%, come ipotizzato in precedenza, la perdita stimata si attesterebbe attorno ai 20 miliardi, con una riduzione della crescita attesa del 65% (-0,9% cumulato). Nonostante queste previsioni sfidanti, il tessuto imprenditoriale italiano sta già dando segnali di reattività, sottolinea l’EY Parthenon Bulletin. Nei primi sei mesi del 2025, le aziende italiane hanno annunciato 143 acquisizioni all’estero, in aumento del 17% rispetto allo stesso periodo del 2024, quando erano state 122. Il valore complessivo delle operazioni è salito da 7,1 a 13,5 miliardi. E il settore industriale si conferma il più attivo, rappresentando da solo il 24% delle transazioni.

Valentina Innocente

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