Energia, Confindustria lancia l’allarme: “Ue reagisca, salvare industria per salvare lavoro”

“La priorità assoluta è l’energia. Dall’inizio del conflitto, in soli diciotto giorni, il costo è passato da 106 euro a 170 euro. Un incremento del 60-70% rappresenta un problema critico sia per le bollette dei cittadini, sia soprattutto per le imprese. Dobbiamo ricordare che industria, impresa e lavoratori sono un’unica entità: salvaguardare l’industria significa salvaguardare i posti di lavoro”. L’allarme lo lancia Emanuele Orsini, presidente Confindustria, arrivando alla presentazione del Rapporto di previsione di Confindustria su ‘Guerre, dazi, incertezza, a rischio la crescita’. Il rischio principale per la crescita “è non adottare misure urgenti a livello europeo. Non possiamo affidarci solo agli aiuti di Stato, perché l’Italia ne uscirebbe penalizzata rispetto a paesi come la Germania, che dispongono di una capacità fiscale superiore. È necessario pensare a un debito pubblico comune e a un mercato unico europeo dell’energia. L’Europa deve fare presto e definire linee guida chiare; non possiamo permetterci di perdere altro tempo”, aggiunge.

L’aumento della spesa per la difesa deciso dalla NATO nel giugno 2025 apre una nuova fase per le economie europee. L’obiettivo è ambizioso: portare gli stanziamenti dal 2% al 3,5% del PIL per la difesa, con un ulteriore 1,5% destinato alla sicurezza civile, fino a raggiungere complessivamente il 5% entro il 2035.?Portare la spesa italiana per la difesa dal livello attuale al 3,5% del PIL entro il 2035, come previsto dal nuovo impegno NATO, può generare un impatto cumulato sul prodotto italiano compreso tra +0,9% e +3,0% in dieci anni, a seconda di come vengano impiegate le risorse. E’ quanto emerge dal Rapporto di previsione presentato oggi da Confindustria su ‘Guerre, dazi, incertezza, a rischio la crescita’. Per il nostro Paese, questo percorso non rappresenta solo un vincolo di finanza pubblica. Se si concentrano gli investimenti sulla produzione e si contengono le importazioni, l’aumento dei piani di spesa per la difesa può trasformarsi in un significativo motore di crescita per l’industria italiana e agire da acceleratore di innovazione per l’intera economia, ma gli effetti finali dipenderanno in larga misura da come verranno allocate le risorse. Per prospettare l’impatto di questo aumento di spesa sull’economia italiana, il Centro Studi Confindustria ha elaborato, con un modello econometrico annuale, sei scenari in base a tre variabili principali: la composizione della spesa (corrente vs. investimenti), l’effetto sulla produttività e la quota acquistata all’estero rispetto a quella prodotta in Italia. L’impatto viene misurato come differenza rispetto allo scenario previsivo di base, elaborato in assenza del Piano per la difesa.

Quanto all’impatto dei dazi, il commercio estero italiano si trova di fronte a uno scenario inedito, segnato dal disaccoppiamento tra le due maggiori economie mondiali (Stati Uniti e Cina) e dai suoi riflessi sull’Unione Europea. Le prospettive sono difficili: il nuovo quadro tariffario USA, estremamente incerto, penalizza ulteriormente numerosi prodotti italiani, mentre la sovrapproduzione cinese continua ad estendersi oltre i settori maturi a quelli a media e alta tecnologia. Nel 2025 gli scambi tra Italia e Stati Uniti hanno registrato un forte incremento, ma questo risultato è quasi interamente trainato dal settore farmaceutico, che ha operato in anticipo rispetto al rischio di dazi, accumulando scorte e accelerando le consegne al netto del farmaceutico, l’export italiano verso gli USA è diminuito dell’1,6%. Escludendo anche le commesse eccezionali nel comparto degli altri mezzi di trasporto, il calo arriva al -2,7%. Secondo le stime del Centro Studi Confindustria, nell’ipotesi in cui la struttura dei dazi USA rimanga quella delineata dagli accordi conclusi con l’Unione Europea, le perdite per l’export italiano potrebbero superare i 16 miliardi di euro nel medio periodo, rispetto a uno scenario senza tariffe. E’ quanto emerge dal Rapporto di previsione presentato oggi da Confindustria su ‘Guerre, dazi, incertezza, a rischio la crescita’. Nel frattempo, l’import italiano dalla Cina è in crescita, superando i 60 miliardi di euro nel 2025, mentre l’import tecnologico dalla Cina è aumentato. Al netto dei due comparti, l’import italiano dalla Cina si è mostrato sostanzialmente stabile. L’export cinese di prodotti a media e alta intensità tecnologica è passato, negli ultimi cinque anni, dal 28 al 42% del totale, segno di una progressiva estensione a nuovi settori. ?In questo contesto, le imprese italiane stanno dimostrando una notevole capacità di adattamento, secondo un nuovo indicatore elaborato dal CSC, ogni anno circa l’8% dei prodotti italiani cambia mercato di destinazione e il 9% cambia mercato di origine, un dato superiore a quelli della Francia e della Germania. Questo flessibile sistema produttivo italiano consente di assorbire gli shock riorientando rapidamente acquisti e vendite verso nuovi partner quando le condizioni cambiano.

mariaelena.ribezzo

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