ANTONIO GOZZI PRESIDENTE FEDERACCIAI
Come preannunciato nei giorni scorsi, Federacciai – Federazione Imprese Siderurgiche Italiane ha presentato la manifestazione di interesse per gli stabilimenti ex Ilva, sottoscritta anche da 14 imprese associate: ABS Acciaierie Bertoli Safau, Acciaieria Arvedi, Acciaierie Venete, Advanced Steel Solutions (Gruppo Asonext), AFV Acciaierie Beltrame, Alfa Acciai, Compagnia Siderurgica Italiana, Duferco Travi e Profilati, Feralpi Siderurgica, Ferriera Valsabbia, Lucchini RS Holding, Marcegaglia Carbon Steel, O.R.I. Martin e Rubiera Special Steel.
Pochi giorni fa, il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, aveva confermato che la cordata italiana era “in campo”. A lui, lo scorso 10 agosto, il consiglio di presidenza della federazione aveva dato il mandato di trasmettere agli enti competenti, la manifestazione di interesse, “subordinata alla verifica di una serie di condizioni abilitanti, necessarie a consentire l’intervento industriale” e di verificare con il governo “l’esistenza di tali condizioni”. Alla vigilia di Ferragosto il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, aveva ricordato che un’eventuale proposta si sarebbe aggiunta “a quella di uno dei più grandi industriali dell’acciaio del gruppo Jindal” e a quella del fondo Flacks.
All’inizio di agosto, durante il tavolo convocato al Mimit, era stato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ad annunciare che per l’ex Ilva “si aprono le condizioni per valutare una cordata italiana che abbia a cuore l’industria di base del Paese”. Il numero uno degli industriali aveva ricordato che “dietro alla produzione di Ilva, oltre alle persone, c’è anche una filiera importantissima di prodotti” che va salvaguardata. Ecco allora, aveva spiegato a Palazzo Piacentini, che “c’è un interesse a ragionare e valutare da parte dei nostri acciaieri, i nostri imprenditori italiani, sulla nuova gara, perché venendo a mancare la parte a caldo ovviamente cambia l’oggetto”. Già, perché la chiusura dell’area a caldo dell’ex Ilva, imposta dalla Corte d’Appello di Milano ha creato, come ha più volte sottolineato lo stesso Urso, “una bomba sociale, produttiva e occupazionale che dobbiamo assolutamente disinnescare”, prima che sia troppo tardi per il territorio.
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