
Ex Ilva, respinto ricorso dell’azienda: area a caldo deve chiudere. Sindacati: Governo agisca
La Corte d’appello di Milano respinge i ricorsi di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria: senza interventi di rifacimento l’area a caldo dell’ex Ilva deve chiudere. Dopo il pronunciamento dello scorso mese di luglio, in cui i giudici meneghini avevano concesso 90 giorni all’azienda per rimettere a posto gli impianti riducendo le emissioni e rimuovendo l’amianto presente, la struttura commissariale ha provato, a settembre, a bloccare l’esecutività con un’opposizione d’urgenza, mettendoli in ‘pre-riscaldamento’ per non pregiudicare una loro eventuale riattivazione. Per la sezione specializzata in materia di Impresa, presieduta dal magistrato Giuseppe Ondei, però, non sussistono i presupposti per accogliere l’istanza, perché il “pericolo qualificato che si ritiene conseguente all’eventuale ‘spegnimento’ degli altiforni appaia – in ogni caso – cedevole rispetto al preminente diritto alla salute nell’ottica del necessario bilanciamento dei contrapposti interessi”.
In poche parole si torna al dibattito originario sull’ex Ilva: se prevale il diritto alla salute o la necessità di non chiudere quello che un tempo era il colosso italiano dell’acciaio. Concetto ripreso anche dal Codacons, che accoglie la notizia del rigetto positivamente: “Rende giustizia ai cittadini di Taranto”. L’ultimo passaggio formale è la Corte di Cassazione, che dovrà pronunciarsi sui ricorsi di AdI in as. L’udienza è già fissata per il prossimo 20 ottobre, una settimana prima della scadenza fissata dalla Corte d’appello di Milano per lo spegnimento dei sistemi. “Nel corso di questi anni la decarbonizzazione e le bonifiche dell’amianto non sono state fatte e ci sono responsabilità precise di chi ha gestito l’azienda facendo profitto anziché gli investimenti necessari”, è il j’accuse del segretario generale della Fiom, Michele De Palma. Che ritiene “necessario rilanciare la società Dri Italia per realizzare la decarbonizzazione e garantire l’occupazione”.
Nel frattempo, aggiunge il leader dei metalmeccanici Cgil, “per mantenere le attività a freddo, occorre acquistare le bramme necessarie agli stabilimenti di Novi Ligure, Taranto e Genova” e “i licenziamenti annunciati devono essere bloccati, le lavoratrici e i lavoratori non possono pagare le scelte sbagliate fatte da altri”. C’è “forte preoccupazione” per quello che accadrà adesso anche nella Fim-Cisl. Per il segretario nazionale, Valerio D’Alò, “Non è il rigetto della richiesta di sospensiva che cambia le carte in tavola della partita ex Ilva. L’area a caldo, infatti, dovrà comunque essere fermata, ma ora più che mai si apre uno scenario complesso che richiede risposte chiare e immediate da parte delle istituzioni. La prima, fondamentale, è la conferma o meno da parte della Corte di Cassazione del 20 ottobre, sulla quale si deciderà il destino di questa battaglia industriale e sociale. Se la decisione verrà confermata – avverte -, il governo dovrà assumersi la responsabilità di garantire i tempi di un piano industriale che preveda la riconversione immediata dello stabilimento, tutelando i diritti dei lavoratori e il futuro di Taranto”. Ma “se questa condizione dovesse cambiare, sarà responsabilità dei commissari di non reperire le risorse necessarie per mantenere in funzione gli impianti, anche con eventuali condizioni nuove e diverse”.
La Uilm, come le altre sigle, chiede di riconvocare con urgenza il tavolo di confronto con governo e commissari. “Non ci sono più ulteriori alibi per nessuno – tuona il segretario generale, Davide Sperti -. Bisogna riprendere la discussione, anche sull’uso degli strumenti straordinari previsti dal decreto, così da mettere in sicurezza i lavoratori diretti, quelli di Ilva in amministrazione straordinaria e l’intero sistema degli appalti”. Sullo sfondo resta ancora aperta la partita per la cessione degli stabilimenti. In corsa ci sono sicuramente Jindal e Flacks Group, in attesa che la cordata italiana presenti una proposta. Ma ogni passaggio di questa vertenza alza di un grado la pendenza della salita verso una soluzione.






