TARANTO-ARCELORMITTAL EX ILVA, GLI IMPIANTI ACCIAIERIA ACCIAIERIE IMPIANTO SIDERURGICO SIDERURGIA ARCELOR MITTAL
La Corte d’Appello civile di Milano conferma lo stop all’attività produttiva dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto e respinge la richiesta di sospensiva presentata da Acciaierie d’Italia, Acciaierie d’Italia Holding e Ilva in amministrazione straordinaria. Una decisione che riporta al centro il nodo della tutela della salute, ma apre anche una nuova fase sul futuro industriale e occupazionale del polo siderurgico tarantino.
Alla base del procedimento c’è l’azione collettiva promossa da un gruppo di cittadini per ottenere l’eliminazione dell’esposizione al rischio derivante dalle emissioni degli impianti, a tutela della salute individuale e collettiva e della tranquillità di vita. I ricorrenti, come ricorda il decreto, non hanno agito per ottenere il risarcimento dei danni o per accertare il nesso causale tra emissioni ed eventi di morte, ma per eliminare l’esposizione al rischio di pregiudizio di beni primari.
Il Tribunale di Milano aveva quindi disapplicato alcune disposizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale del 25 luglio 2025 e ordinato la sospensione dell’attività dell’area a caldo dal 26 agosto 2026. Lo stop è collegato all’adempimento di una serie di prescrizioni: le società dovranno chiedere un’integrazione dell’AIA che indichi tempi certi e ragionevolmente brevi per l’attuazione di studi di fattibilità, piani e cronoprogrammi.
La Corte d’Appello, respingendo il reclamo delle società, conferma dunque il quadro delineato in primo grado. Nel procedimento hanno sostenuto le ragioni dei cittadini anche Codacons, Gruppo di intervento giuridico e Regione Puglia. La controversia si è sviluppata anche dopo la sentenza della Corte di giustizia Ue del 25 giugno 2024 e l’adozione della nuova AIA.
La decisione riaccende immediatamente il confronto politico e sindacale. Fim, Fiom e Uilm chiedono al governo di convocare “immediatamente” il tavolo permanente a Palazzo Chigi e di intervenire per evitare che la crisi si traduca in anni di cassa integrazione e licenziamenti. “Bisogna mettere in salvaguardia i lavoratori, prime vittime delle scelte di chi ha avuto ed ha responsabilità decisionali”, affermano i sindacati, che chiedono anche “subito il blocco dei licenziamenti”.
Per il senatore M5s Mario Turco, la decisione dei giudici rappresenta un punto di non ritorno. “Le sentenze si rispettano e la tutela della salute, della vita e della sicurezza dei lavoratori e dei cittadini viene prima di qualsiasi altra considerazione”, sostiene, accusando il governo di non avere più “alibi” e di non poter continuare ad attendere che siano i tribunali a decidere il futuro industriale di Taranto. Turco chiede un Accordo di Programma per il territorio, con risorse, tempi e responsabilità certe, oltre alla sospensione delle procedure di licenziamento nell’indotto.
Duro anche Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, secondo cui la pronuncia certifica “il fallimento di un’intera classe politica”. I giudici, sostiene, “hanno fatto solo il loro dovere” tutelando il diritto alla salute di una popolazione che da decenni paga un prezzo elevato. Bonelli ricorda il sequestro dell’Ilva del 26 luglio 2012 e i successivi oltre 20 decreti Salva-Ilva, sostenendo che in quattordici anni i governi non abbiano garantito né la salute né l’occupazione.
La sfida, per il parlamentare, è ora quella della riconversione: “Taranto ha diritto alla salute, al lavoro e a un futuro industriale diverso”. Da Pittsburgh a Bilbao, fino alla Ruhr, Bonelli indica i percorsi di trasformazione di altri grandi distretti industriali come modello possibile per il capoluogo jonico.
Il decreto di primo grado aveva inoltre escluso la domanda relativa al diritto al clima e quella sulla rimozione di tutto l’amianto dagli altoforni. Le spese erano state compensate per un quinto, mentre per la parte restante erano state poste a carico delle società.
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