Il cambiamento climatico pesa anche sull’economia

Il 75% della superficie terrestre è stato significativamente degradato, l’85% delle aree umide è andato perduto, il 25% delle specie valutate sono minacciate, il 50% delle barriere coralline sono morte o distrutte, mentre l’abbondanza di specie autoctone è scesa del 20%. Questi dati messi in fila da Olivia Watson, analista senior investimenti tematici di Columbia Threadneedle Investments, sono spaventosi dal punto di vista ambientale, tuttavia il peso della natura e della biodiversità hanno un impatto anche sulle economie e, di conseguenza, sui portafogli degli investitori. Gran parte delle istituzioni mondiali, soprattutto occidentali, si stanno in questo senso coalizzando intorno all’obiettivo globale di arrestare e invertire la perdita di natura entro il 2030 e di rigenerarla a lungo termine, ridefinendo anche le regolamentazioni. Tuttavia la famosa transizione porta con sé anche rischi, oltre che opportunità: le aziende che causano impatti negativi sulla natura dovranno affrontare costi maggiori e sono le più resistenti ai cambiamenti. Però le operazioni e le catene di fornitura delle aziende sono sempre più a rischio di interruzione, alimentando un aumento di crash sistemici e sovrani. In questo senso – spiega Watson – i flussi finanziari saranno sempre più mutevoli, ma genereranno anche nuove opportunità di investimento.

Sono comunque le cifre fornite da alcune banche centrali che consigliano a governi e organizzazioni mondiali di tutelare la biodiversità. I rischi legati alla natura si ripercuoteranno anche sull’economia in generale, con impatti su inflazione, Pil, interruzioni del commercio e disordini sociali. Il World Economic Forum – ricorda l’analista di Columbia Threadneedle Investments – stima che il 55% del Pil mondiale dipenda dalla biodiversità e dai servizi ecosistemici ad alto funzionamento, evidenziando la portata del problema, mentre la Dasgupta Review del Tesoro britannico nel 2021 ha sostenuto che l’intera economia è “incorporata” nella natura. “Le istituzioni finanziarie dovranno affrontare dei rischi. Studi condotti dalle banche centrali olandese e francese stimano che tra il 36% e il 42% dei portafogli delle loro istituzioni finanziarie è costituito da attività che dipendono fortemente dalla natura. Analogamente, uno studio della Banca Mondiale sulle banche brasiliane ha rilevato che il 20% dei portafogli di credito è altamente dipendente dalla natura”.

Il potenziale di feedback negativo tra la natura e il cambiamento climatico è un’altra preoccupazione per Watson. “Le foreste, il suolo e gli oceani immagazzinano carbonio, ma il cambiamento climatico può ridurre la loro capacità di farlo, aumentando le emissioni nette e limitando il potenziale delle soluzioni basate sulla natura. Il cambiamento climatico può anche ridurre la resilienza degli ecosistemi, ad esempio modificando l’idoneità dell’habitat, riducendo la disponibilità di acqua o modificando i modelli meteorologici. Gravi eventi come la riduzione delle piogge in Amazzonia, che avrebbero importanti conseguenze per le economie regionali e sui sistemi alimentari, potrebbero anche diventare più probabili”.

Operativamente le economie che sembrano essere potenzialmente più a rischio a causa della dipendenza dalla natura del loro del loro Pil e degli indicatori negativi della salute degli ecosistemi sono Sudafrica, India, Turchia, Messico, Brasile e Argentina. Con l’evolversi di tutti questi fattori, fa sapere l’analista di Columbia Threadneedle Investments – ci aspettiamo di vedere una minore disponibilità a investire in società legate ad attività dannose; un aumento degli investimenti in attività reali e in nuovi tipi di attività come la silvicoltura, l’agricoltura sostenibile e i blue bond; e nuove opportunità di investimento in tecnologie che possono contribuire a ridurre l’impatto sulla natura.

Nadia Bisson

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