Italia paese dei paradossi: da noi sole e vento fanno paura

A due mesi dall’inizio del conflitto in Ucraina e dalla corsa matta e disperatissima a fare a meno della Russia come fornitrice di gas, petrolio e carbone, diventa impellente la necessità dell’Italia di liberarsi da lacci e lacciuoli che impediscono di garantire un rapido sfruttamento delle energie rinnovabili. Da un lato la burocrazia e dall’altro il timore di alterare gli equilibri ambientali stanno zavorrando pianificazioni strategiche ormai indispensabili per imprimere una svolta energetica, “a prescindere” da Valdimir Putin e dalle sue follie guerresche.

Tralasciando il nucleare di quarta generazione che continua a essere un argomento tabù dalle nostre parti, evitando poi di soffermarsi sull’idrogeno (anch’esso verde) fino a quando i costi di produzione non diventeranno accessibili, solare ed eolico non rappresentano più vie di fuga emergenziali e posticce ma strade maestre per un futuro che è già presente, eppure…

Eppure non è facile in Italia installare un pannello che attiri i raggi de sole o piantare una pala per catturare il vento. Al contrario, è maledettamente difficile. E’ storia di questi giorni l’inaugurazione a Taranto del primo maxi parco eolico, un progetto cominciato quando il presidente della Repubblica era Carlo Azeglio Ciampi, la Nazionale di Marcello Lippi aveva appena conquistato il Mondiale, Torino ospitato le Olimpiadi invernali e Jack Dorsey lanciato twitter. Era il 2006, sedici anni fa. Troppi, che dite?

Se Taranto parte con l’effetto moviola, altri 40 progetti destinati a catturare l’energia del vento con strutture galleggianti sono affogati nel mare magno delle carte bollate e dell’indecisione cronica, dei vincoli e dei divieti. La domanda sorge spontanea, direbbe quello là: quali sono le remore che inchiodano lo sviluppo delle rinnovabili? Più nel dettaglio: come può spaventare l’eolico offshore? E qui mancano le risposte… Per le caratteristiche della nostra penisola, le aree di maggiore sfruttamento stanno a Sud: in Puglia, appunto, e in Sicilia. Ma se la regione di Michele Emiliano ha dato l’ok per il Beolico, quella di Musumeci ha bloccato un analogo progetto al largo delle isole Egadi. Stessa sorte per un progetto in Sardegna, di fronte a Sant’Antioco. Ma anche nell’Adriatico ci si scontra con la politica del ‘no’ che impone stop insensati e gravissimi. No, no e poi no: così migliaia e migliaia di megawatt puliti si dissolvono nell’aria, così la transizione va a farsi benedire.

Siamo il Paese delle contraddizioni. Nell’ingorgo parolaio delle promesse, gli italiani protestano legittimamente per il caro-bollette, il governo accarezza l’idea dello sforamento di bilancio per mettere una pezza all’aumento dei prezzi, ma nessuno deve avere l’impudenza di suggerire vie alternative e magari di spingere sull’acceleratore. Oltre a eolico e solare ci sono i giacimenti interni di gas che vengono sfruttati poco, anzi pochissimo. L’Adriatico potrebbe darci una mano, certo, ma nemmeno usare la trivella è cosa semplice. Che rischia di pagare il dazio più alto in Europa.

Nadia Bisson

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