Un Piano in sei punti per rilanciare il comparto moda. Lo presentano Confindustria Accessori Moda e Confindustria Moda al ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. Per gli industriali la ricetta è incentivare innovazione e investimenti; sviluppare il welfare aziendale; promuovere marketing e internazionalizzazione; favorire la transizione digitale e green; rendere più flessibile l’accesso al credito; potenziare l’istruzione e la formazione e ridurre i costi energetici.
Si tratta di Linee Guida per sostenere la trasformazione del settore, rafforzare le filiere produttive e consolidare il posizionamento internazionale del Made in Italy. Uno strumento “in sintonia” con il Libro Bianco ‘Made in Italy 2030’, conferma Urso. Il documento riconosce la necessità di consolidare il sistema della moda italiana, valorizzando tutto il patrimonio di eccellenza, qualità e creatività del Paese e rafforzando una strategia condivisa tra imprese, distretti e istituzioni. “Solo con filiere pienamente integrate possiamo affrontare le sfide globali e accrescere la competitività del Made in Italy”, sottolinea il ministro.
In questa direzione, il Mimit ha predisposto una serie di misure strutturali a sostegno del comparto, concordate nel Tavolo Moda. Il nuovo Piano Transizione 5.0 è un asset importante, con una dotazione di dieci miliardi nei prossimi tre anni, a cui si aggiungono i contratti di sviluppo e i mini-contratti di sviluppo, il Fondo di Garanzia per le PMI, la Nuova Sabatini, gli interventi sulle fibre tessili naturali e riciclate, il rafforzamento del credito d’imposta per i campionari e il sostegno del passaggio generazionale delle competenze nel recente disegno di legge sulle PMI. Ma il lavoro non finisce qui: “Ora dobbiamo predisporre misure ancora più significative per facilitare le aggregazioni e la crescita dimensionale delle imprese”, scandisce Urso, convinto che questo, nonostante il contesto, sia “il momento di crescere, consolidando la filiera e, nel contempo, conquistando i nuovi mercati che si aprono con la sottoscrizione degli accordi di libero scambio, dal Mercosur al Messico, dall’India all’Australia”.
L’obiettivo è anche quello di aprirsi a tutto il Golfo: “Io mi auguro che la Commissione Europea sigli presto l’accordo di libero scambio con tutto il Consiglio di Cooperazione del Golfo per dare un segnale anche politico e umano a quei paesi, per dire loro non ‘Non mollate, noi ci siamo, cresceremo insieme'”, confessa il ministro a margine della presentazione del Piano.
Il Sistema Moda italiano chiede comunque condizioni concrete per continuare a crescere e competere a livello globale, nella certezza che gli interventi proposti – su innovazione, formazione, credito, digitalizzazione e internazionalizzazione – generino effetti concreti sull’intera filiera, creando un circolo virtuoso di crescita e un ritorno fiscale maggiore dell’investimento richiesto.
Lo studio della LIUC Business School mostra due scenari per il periodo 2026–2030. Uno scenario Baseline senza interventi con una perdita stimata di 19 miliardi di fatturato, 35.000 posti di lavoro e 4.600 aziende, con un calo di 5 miliardi di PIL e 6,6 miliardi di gettito fiscale. E uno scenario con il Piano (investimento di 4 miliardi di euro) che prevede una crescita di 30 miliardi di fatturato, 57.000 posti di lavoro e 6.200 aziende, con 8,7 miliardi di PIL aggiuntivi e 11,5 miliardi di gettito fiscale.
“Il Sistema Moda è uno degli asset strategici più importanti della nostra economia: rappresenta identità, occupazione e una filiera produttiva unica al mondo”, osserva il deputato di FdI Fabio Pietrella. Il punto di partenza non è una cifra, ma una visione: “La priorità oggi è costruire una vera unione di intenti tra tutti gli attori della filiera – imprese, distretti, istituzioni – perché solo con filiere integrate possiamo affrontare le sfide globali e rafforzare la competitività del Made in Italy”, sostiene.
Per Giovanna Ceolini, Presidente di Confindustria Accessori Moda, la forza della moda italiana nasce dai distretti e dalle piccole e medie imprese che ne costituiscono l’ossatura: “Una rete produttiva unica al mondo capace di coniugare tradizione manifatturiera, innovazione e radicamento territoriale”, spiega.
Di “necessità assoluta” e non di “esercizio teorico” parla Luca Sburlati, presidente di Confindustria Moda, che al Parlamento chiede di compiere una scelta di responsabilità: “Sostenere questa nostra proposta significa difendere un asset strategico nazionale e garantire futuro alla manifattura italiana. Non intervenire, invece, significherebbe accettare un progressivo indebolimento di uno dei simboli più forti del Made in Italy nel mondo, alfiere di export e gettito fiscale. Va evitato quanto è già accaduto ad altre filiere simbolo del nostro Paese”.
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