Gli investimenti sono determinanti per la crescita economica e lo sono anche per il consumo di acciaio. Il consumo di acciaio è considerato un indicatore di ciclo. Analisti, studiosi, banchieri quando ragionano sul ciclo economico e cercano di fare previsioni al riguardo guardano i consumi di acciaio perché gli stessi anticipano sempre gli andamenti della congiuntura.
Così avviene che se la congiuntura volge verso il bello e il ciclo economico è nella fase ascendente i volumi di consumo di acciaio crescono e con essi i prezzi di vendita. Se le cose vanno male succede il contrario. Ma cosa in particolare ‘tira’ la domanda di acciaio?
Gli esperti dicono che il driver principale di questa domanda è rappresentato dal così detto ‘fixed assets investments ratio’. Questo indice segnala la proporzione degli investimenti fissi sul totale degli investimenti di un’azienda, dell’economia di un Paese, o addirittura del Pil mondiale (poiché quello dell’acciaio è un mercato regionale ma anche mondiale).
In questo mercato globale la Cina, negli ultimi venti anni, ha fatto la parte del leone con una crescita della sua produzione e dei suoi consumi di acciaio impressionante. La Cina con il suo miliardo di tonnellate anno di produzione e consumo di acciaio rappresenta più del 50% del mercato mondiale.
Costruzioni, strade, ponti, fabbriche, treni e ferrovie, navi, macchine movimento terra, centrali elettriche di ogni tipo, torri eoliche, campi fotovoltaici ecc. sono gli investimenti fissi (i fixed assets) che costituiscono quasi il 70% della domanda mondiale di acciaio. Automobili, elettrodomestici e gli altri beni di consumo rappresentano più o meno il 30% della domanda di questo prodotto.
Ho usato questo riferimento al mondo dell’acciaio che è quello che conosco meglio perché mi interessa ragionare, come detto in premessa, sul tema degli investimenti, sulla loro natura in continua evoluzione, su quanto gli investimenti siano fondamentali per la crescita, l’occupazione e il lavoro e su come dovrebbe imporsi una cultura atta a favorirli in ogni modo e non il contrario (la cultura del NO sempre e comunque, la decrescita felice ecc.).
Gli investimenti inoltre danno dignità e onore al capitalismo e ai capitalisti perché sono coessenziali alla vita delle imprese e alla loro capacità di progresso e inclusione sociale. Un’impresa che non investe è un’impresa morta.
Gli economisti ci insegnano che la domanda è fatta di consumi, investimenti, esportazioni nette (la differenza tra esportazioni e importazioni).
Le economie che crescono hanno un’incidenza significativa degli investimenti sul PIL. In Cina fino a qualche anno fa gli investimenti rappresentavano più del 50% del PIL, grazie anche ai mastodontici investimenti nell’immobiliare e in tutti i sistemi infrastrutturali. Negli Usa tale incidenza è intorno al 16-17%, in Europa intorno al 12% (a proposito di minor crescita dell’UE ).
Come detto gli investimenti sono importantissimi per la crescita. Perché?
Perché gli economisti, in particolare negli anni ’30 del secolo scorso l’economista inglese R.F. Kahn seguito da John Maynard Keynes, hanno scoperto e sintetizzato in una formula matematica il fatto che una variazione della componente autonoma degli investimenti produce una variazione più che proporzionale del reddito.
Si tratta del così detto moltiplicatore degli investimenti che parte da una constatazione molto semplice.
Ogni aumento nell’acquisto di nuovi strumenti di produzione dà vita a una catena di relazioni causa-effetto:
Il reddito addizionale dovuto all’originario investimento in strumenti di produzione genera la nascita di una serie di industrie produttrici di beni di consumo e strumentali e aumenti di occupazione e di reddito. In altri termini un aumento degli investimenti netti provoca un aumento sempre maggiore del reddito nazionale.
Ma cosa è che determina la domanda di investimenti?
Sono gli imprenditori che decidono di farli e gli imprenditori sono mossi fondamentalmente da due fattori nelle loro scelte di fare o non fare investimenti:
In una situazione come l’attuale, di forte rallentamento economico, specie in Europa, di turbolenze geopolitiche rappresentate da due gravi crisi e guerre internazionali quali quelle in Ucraina e in Medio-Oriente, di inflazione con conseguente rialzo dei tassi di interesse il clima percepito, almeno da noi Italia e Unione Europea, non è favorevolissimo agli investimenti.
In fondo la scelta dell’UE di finanziare un gigantesco piano di investimenti pubblici (il Next generation fund che ha dato vita al nostro PNRR) nata nella crisi pandemica si può rivelare oggi uno straordinario strumento anticiclico promuovendo attraverso la domanda pubblica (perché la domanda di beni e servizi è anche pubblica) la tenuta degli investimenti globali e la ripresa economica.
Anche nelle altre grandi aree economiche del mondo (USA e Cina) lo Stato sta intervenendo con giganteschi investimenti là dove la semplice iniziativa privata non ce la fa, in particolare nel campo della transizione e energetica e digitale.
L’investimento pubblico ha senso se si applica in quei settori, tipico quello delle infrastrutture, in cui la redditività è differita in tempi lunghi che i privati non sono in grado di attendere.
La sfida in questo caso è tutta nella capacità della Pubblica Amministrazione di fare presto e bene. Anche per l’Italia il PNRR è uno straordinario banco di prova.
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