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Energia, ok Ue a 14 mld flessibilità Italia ma non per accise. Meloni: Italia indica strada

Bene, ma non benissimo. L‘Europa batte un colpo e concede, agli Stati membri in difficoltà per l’impennata dei prezzi dell’energia, di derogare dai vincoli del Patto di stabilità e crescita dello 0,3% annuale del Pil nel periodo 2026-2028, fino a un massimo dello dello 0,6 percento complessivo, ma solo per le misure utili a migliorare la “resilienza energetica”.

Per l’Italia, che ha posto il tema in sede continentale, si tratta di circa 14 miliardi di euro nel biennio. Una cifra considerevole che non potrà, però, essere usata per tagli agli oneri di sistema in bolletta o delle accise sui carburanti (che, stima la Commissione, avrebbe un costo a bilancio di circa lo 0,3% del Pil se fosse confermato per tutto il 2026). Per questo le regole d’ingaggio sono chiare: la flessibilità è “disponibile su alcune misure che potranno essere attuate a partire dal febbraio del 2026, quindi dall’inizio della guerra in Iran, per ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come per esempio grandi progetti di investimento nelle reti elettriche, nel migliorare l’utilizzo delle rinnovabili, ma anche sussidi per le famiglie e per le imprese”, spiega il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis. Specificando che l’allentamento delle regole “non riguarda misure di sostegno che sovvenzionano l’uso dei fossili, per esempio la riduzione di accise non mirate”. Inoltre, ribadisce Dombrovskis, “è necessario avere misure temporanee e mirate senza sostenere una domanda per i fossili”.

Il governo incassa il via libera con soddisfazione.”L’Italia ha indicato la strada e oggi l’Europa la sta percorrendo”, rivendica la premier, Giorgia Meloni. “Nel corso degli scorsi giorni avevo scritto personalmente alla Presidente von der Leyen per affrontare la questione, ribadire come in questa fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia”, ricorda la presidente del Consiglio, che considera il risultato “estremamente importante, un risultato che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e con pazienza e che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buonsenso all’intera Europa”.

“La Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato”, commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Sottolineando come “nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo, il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente – continua – la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà della finanza pubblica italiana”.

La traccia al nostro Paese la lascia l’Ue stessa nelle raccomandazioni del pacchetto di primavera. Partendo dal riconoscimento che i prezzi dell’energia elettrica della Penisola sono “tra i più elevati dell’Unione europea a causa della sua dipendenza strutturale dalla costosa produzione a gas” (i dati di Arera, ad esempio, indicano che a maggio è costato 46,89 euro/MWh, lo 0,9% in più rispetto ad aprile per i 2,3 milioni circa di clienti ancora nel Servizio di tutela della vulnerabilità), Bruxelles esorta l’Italia ad “accelerare l’elettrificazione e intensificare gli sforzi per la diffusione delle energie rinnovabili e dello stoccaggio” che aiuterebbe a ridurre i costi, visto che finora c’è “un notevole potenziale ancora inutilizzato” e la crescita delle fonti alternative è ancora “troppo lenta per raggiungere gli obiettivi del 2030”. Inoltre, è necessario “affrontare i rischi legati al clima e mitigarne l’impatto economico, anche attraverso un maggiore coordinamento istituzionale, soluzioni basate sulla natura e coperture assicurative contro i rischi climatici”, per cui viene stimato un fabbisogno di investimenti di “oltre 10 miliardi di euro all’anno fino al 2050”. Così come bisogna “affrontare le restanti inefficienze nella gestione delle risorse idriche e dei rifiuti riducendo le lacune infrastrutturali, in particolare nelle regioni meridionali”.

L’Europa comunque, non cancella la procedura d’infrazione per deficit eccessivo che pende sul nostro Paese, sebbene riconosca che Roma ha messo in atto “azioni efficaci per correggere il disavanzo”. Non solo, perché nelle raccomandazioni del pacchetto di primavera l’Ue annota come l’Italia presenta ancora squilibri macroeconomici e “deve far fronte a vulnerabilità legate all’elevato debito pubblico e alla debole crescita della produttività, che hanno rilevanza transfrontaliera”. Per questo “l’attuazione continua ed efficace di riforme e investimenti a favore della crescita, unitamente a un orientamento di bilancio prudente, rimane fondamentale”.

Bruxelles, però, dà di fatto ragione al governo quando mette in luce che l’aumento del rapporto tra debito pubblico e Prodotto interno lordo è tornato a salire nel 2024 e 2025 anche a causa “dell’impatto ritardato dei crediti d’imposta per la ristrutturazione degli alloggi degli anni precedenti e dei disavanzi pubblici ancora consistenti”. Un colpo al Superbonus che dalle parti del Mef (e di Palazzo Chigi) non potrà che aver fatto piacere.

 

mariaelena.ribezzo

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