Come recuperare le mascherine già utilizzate? Uno studio pubblicato nel 2021 sulla National Library of Medicine ha stimato che a livello globale circa 3,4 miliardi di mascherine o visiere monouso vengano scartate ogni giorno a causa della pandemia. Ogni giorno. È necessario dunque elaborare una strategia efficace che riduca al minimo l’impatto ambientale del continuo flusso di rifiuti Covid-19 e alcuni scienziati pensano che trasformare i rifiuti in carburante possa essere un’opzione.
Diversi studi negli ultimi due anni hanno proposto come tecnica la pirolisi, un metodo efficace che non solo mitigherà l’inquinamento da plastica, ma che è anche capace di convertire i rifiuti in carburante bio. La pirolisi (dal greco pir – fuoco e lisi-sciogliere) è in estrema sintesi la decomposizione di un materiale attraverso il calore, ma senza ossigeno. Se ci fosse l’ossigeno, sarebbe combustione. Ad esempio la pirolisi della plastica è una tecnologia utilizzata per produrre oli dalla plastica. Questi oli possono poi essere utilizzati per produrre nuova plastica o combustibili. Mascherine e guanti chirurgici possono essere facilmente convertiti in carburante perché sono realizzati in polipropilene e cloruro di polivinile, che sono polimeri termoplastici ad alto contenuto di olio. L’olio ottenuto dalla pirolisi, riferisce lo studio, è paragonabile al combustibile commerciale perché le sue proprietà sono simili a quelle dei combustibili fossili. Uno studio del febbraio 2022 pubblicato su ‘Bioresource Technology’ riferisce di come le mascherine chirurgiche siano state trasformate in olio liquido e ha scoperto che il loro potere di calore più elevato è di 43,5 megajoule per chilogrammo, che è solo leggermente inferiore a quello del carburante diesel e della benzina rispettivamente a 45,8 e 46,3 MJ/kg .
Sebbene la pirolisi sia un metodo promettente per trattare i dpi di scarto, valutarne la sostenibilità energetica e ambientale complessiva è ancora oggetto di studio. Una ricerca del 2022 pubblicata su ‘Renewable and Sustainable Energy Reviews’ ha proposto un sistema ottimale di trattamento dei rifiuti di dpi basato sulla pirolisi che potrebbe ridurre l’uso di combustibili fossili del 31,5% e produrre il 35,04% in meno di emissioni di gas serra rispetto al processo di incenerimento. Eviterebbe inoltre il 41,52% e il 47,64% dell’occupazione naturale totale del suolo dai processi di discarica e incenerimento dei dispositivi di protezione individuale.
Lo scorso settembre, l’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti (Epa) ha sollecitato informazioni reali su costi, progettazione e tecnologie di pirolisi per un potenziale sviluppo di normative legate a questo processo, dato che il Paese è ancora alle prime fasi di sviluppo della tecnologia. L’Epa, sul suo sito, parla infatti di “potenziale sviluppo di normative per le unità di pirolisi e gassificazione utilizzate per convertire materie prime solide o semi-solide, compresi i rifiuti solidi (ad esempio rifiuti solidi urbani, rifiuti commerciali e industriali, rifiuti ospedalieri/medici/infettivi, fanghi di depurazione, altri rifiuti solidi), biomassa, plastica, pneumatici e contaminanti organici nel suolo e fanghi oleosi a prodotti utili come energia, combustibili e prodotti chimici”.
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