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Se anche il caffè finisce macinato dai cambiamenti climatici

Settemila caffé, cantava Alex Britti… chissà se nei prossimi anni potremmo ordinarli con serenità e assoluta certezza di consumarli. Uno studio dell’Università di Scienze Applicate di Zurigo mette in guardia sul futuro della produzione di chicchi di una delle bevande più amate al mondo: si bevono ogni giorno circa 3 miliardi di tazzine. Se la tendenza degli ultimi tre decenni continuasse, gli esperti prevedono che questa cifra probabilmente raddoppierà entro il 2050. Solo tra il 1990 e il 2022, il consumo globale annuo è salito infatti da 90 a 179 milioni di sacchi da 60 chilogrammi. Ma se il caffé dovesse sparire?
Il mondo si divide in due qualità: Arabica, che rappresenta attualmente il 56% della produzione globale ed è coltivata principalmente in Sud America, e Robusta (la restante produzione), coltivata soprattutto in Asia e utilizzata, tra le altre cose, per produrre il caffè solubile. Lo studio dell’università elvetica si è concentrato sull’idoneità attuale e sull’Arabica in base alle esigenze climatiche e del suolo, utilizzando i risultati climatici di 14 modelli di circolazione globale basati su tre scenari di emissione per modellare gli impatti futuri (2050) dei cambiamenti climatici sulle colture sia a livello globale che nei principali paesi produttori.

A livello produttivo, l’attuale idoneità complessiva più elevata dell’Arabica si riscontra nell’America centrale e meridionale (specialmente in Brasile), nell’Africa centrale e occidentale e in alcune parti dell’Asia meridionale e sud-orientale. Le estensioni settentrionali e meridionali delle regioni di coltivazione globali sono limitate da fattori climatici, principalmente da tre parametri: lunghe stagioni secche (confini settentrionali e meridionali delle regioni di coltivazione in Africa, India, Australia, Brasile orientale), temperature medie annuali elevate (ovest Africa, alcune regioni del Sud-Est asiatico, America Centrale) e le temperature minime medie basse del mese più freddo (confini settentrionali e meridionali dell’America, Cina, alcune regioni del Sud-Est asiatico, alcune aree montuose). In alcune delle regioni climaticamente adatte, i criteri del terreno e del suolo limitano notevolmente l’idoneità alla coltivazione del caffè. Il basso pH del suolo limita l’idoneità del caffè in Sud America (bacino dell’Amazzonia), Africa centrale (bacino del Congo) e Sud-Est asiatico (Sumatra, Malesia, Borneo, Nuova Guinea). In alcune regioni i fattori limitanti sono la struttura inadeguata del suolo (ad esempio in Florida) o i pendii ripidi (ad esempio nell’India settentrionale).

Tenendo conto degli scenari di cambiamento climatico – rivela lo studio – l’idoneità del caffè diminuirà drasticamente entro il 2050. L’idoneità più elevata calerà di oltre il 50% in tutti e tre gli scenari climatici (riscaldamento globale di 1,6, 2,4 e 4 gradi Celsius) e diminuiranno le regioni moderatamente idonee dal 31% al 41%. Cambiamenti negativi nell’idoneità saranno causati principalmente dall’aumento delle temperature medie annuali. Si prevede che la maggior parte delle attuali regioni in crescita diminuiranno di almeno una classe di idoneità (America centrale e meridionale, Africa centrale e occidentale, India, Sud-est asiatico), e che solo poche regioni, soprattutto ai confini settentrionali e meridionali delle aree di coltivazione, trarranno profitto dai cambiamenti climatici (ad esempio Brasile meridionale, Uruguay, Argentina, Cile, Stati Uniti, Africa orientale, Sud Africa, Cina, India, Nuova Zelanda) a causa dell’aumento delle temperature minime del mese più freddo.

Vittorio Oreggia

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