“Così è la fine del mondo, dunque. Non un’esplosione – ovvero un’improvvisa catastrofe universale – ma una successione continua di catastrofi minori, a livello locale, che si aggrava e si espande”. Lo scrive Paul Krugman in un suo intervento su La Stampa. Il premio Nobel per l’economia aggiunge: “Credo che sia giusto affermare che perfino coloro che accettano la realtà del clima hanno avuto la tendenza a presumere che di fatto essa avrebbe avuto qualche impatto solo tra alcuni anni, in futuro. Spesso mi trovo a pensarlo anche io, pur conoscendo bene come stanno le cose. Da tempo, tuttavia, era chiaro che i danni arrecati dal cambiamento del clima si sarebbero accumulati e moltiplicati poco alla volta, quando da disastri imprevedibili si sono fatti sempre più vasti e più frequenti, quando ogni pochi anni hanno iniziato a verificarsi alluvioni, incendi e siccità che prima accadevano una volta ogni secolo e che adesso colpiscono sempre più persone. La crisi del clima diventerà molto più grave. Di certo, comunque, è in corso già adesso”. Krugman vede uno spiraglio di speranza: “La buona notizia, pur piccola, è che finalmente stiamo assistendo a qualche gesto concreto in relazione alla crisi del clima. Tutto lascia intendere che le decisioni prese negli ultimi tempi dagli Stati Uniti per promuovere la transizione energetica stiano avendo effetto, meglio e più rapidamente di quanto si aspettavano i loro stessi fautori; il settore privato è partito nella corsa agli investimenti nell’energia pulita; e ci sono buoni motivi per sperare che anche altre nazioni seguano questa strada o una simile. Perlomeno, qualche speranza di riuscire a scongiurare la catastrofe assoluta c’è”.
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