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Dazi, Gozzi (Federacciai): Nostra industria si difenda anche dalla Cina

Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e numero uno di Duferco, invita a evitare reazioni emotive e a rafforzare l’asse euro-atlantico: “I presidenti passano, gli Stati Uniti restano”, dice in una intervista a La Stampa. “Questa sentenza non tocca la Section 232, e va chiarito subito. Si tratta di una misura protezionistica approvata regolarmente negli Usa durante la prima amministrazione Trump. Per l’Italia ha avuto un effetto drastico: nel 2018, ultimo anno senza dazi, esportavamo negli Stati Uniti circa 900 mila tonnellate di acciaio; nel 2024 siamo scesi a 200 mila tonnellate. Con un dazio al 50% è evidente che non si esporta più nulla. La nostra presenza su quel mercato è stata quasi azzerata”, spiega. E ancora: “Il punto centrale è la stabilità. Un imprenditore ha bisogno di due cose: stabilità e affidabilità del quadro regolatorio. Se le regole cambiano con annunci immediati, è evidente che si crea incertezza. Tuttavia, parlo come presidente di Federacciai: per noi la partita americana è sostanzialmente chiusa da tempo. Le esportazioni italiane di acciaio negli Stati Uniti rappresentano meno dell’1% della nostra produzione nazionale. Abbiamo compensato le minori vendite negli Usa con sbocchi in altri mercati”. Il tema vero riguarda l’Europa: “Prima dell’ultima stretta tariffaria, il Nord Europa esportava ancora quasi 4 milioni di tonnellate verso gli Stati Uniti. Con i dazi al 50% quella quota si è drasticamente ridotta. Questo crea un problema di distorsione: l’offerta che non va più negli Usa tende a riversarsi sul mercato interno europeo, aumentando la pressione concorrenziale. Stiamo già convivendo con l’effetto della seconda ondata di dazi. L’Italia pesa poco sulle esportazioni verso gli Stati Uniti, ma per Paesi come la Germania l’impatto è stato molto più significativo”. Il secondo grande tema, più europeo, è il rapporto con la Cina: “La manifattura italiana è ormai sovrapposta quasi totalmente a quella cinese. La Cina non è più solo low cost: produce mid-tech di buona qualità a prezzi molto bassi. C’è un’esplosione dell’export cinese anche verso l’Europa. Il problema è l’overcapacity: Pechino utilizza l’export come ammortizzatore sociale. Non può ridurre la produzione né chiudere stabilimenti per ragioni di ordine pubblico, mantiene gli impianti a pieno regime e colloca all’estero l’eccesso di offerta”.

redazione

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