Questo gap tecnologico della Cina sta sottraendo quote di mercato mondiale alle imprese europee in settori come autoveicoli, apparecchi elettrici e mezzi di trasporto. Al quadro tecnologico si affianca una pressione deflazionistica nei settori manifatturieri più maturi, come tessile, abbigliamento, pelli e metalli: le quantità importate aumentano, i valori medi unitari diminuiscono. Questo fenomeno è alimentato dalla debolezza della domanda interna cinese, dagli imponenti sussidi pubblici e dal progressivo rallentamento degli Stati Uniti che spinge Pechino a dirottare volumi crescenti verso altri mercati, Europa inclusa. In risposta, l’Europa ha introdotto dazi compensativi su acciaio, alluminio, tecnologie energetiche e veicoli elettrici, ma i risultati non sono sempre stati quelli attesi. In alcuni casi, come nelle batterie agli ioni di litio, la capacità produttiva europea è ancora insufficiente a sostituire le forniture cinesi, rendendo i dazi difficili da applicare senza ricadute sui settori a valle. In altri, come nelle autovetture elettriche, i produttori cinesi continuano a risultare competitivi anche dopo i dazi, grazie a economie di scala, integrazione verticale e sostegno delle politiche industriali nazionali.
La sfida cinese, in sintesi, non può essere affrontata esclusivamente con strumenti di difesa commerciale. Richiede una risposta europea su due livelli: da un lato, una politica industriale capace di rafforzare il posizionamento tecnologico e qualitativo delle imprese nei segmenti ad alto valore aggiunto; dall’altro, una gestione strategica delle dipendenze negli approvvigionamenti di input critici, riducendo la concentrazione delle forniture. In questa direzione vanno il Critical Raw Materials Act e il sistema di monitoraggio Supply Chain Alert Notification della Commissione Europea.
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