“Cari colleghi, la nostra civiltà ha attraversato passaggi che hanno ridisegnato il destino delle nazioni: la scoperta del fuoco, l’invenzione della stampa, l’avvento del vapore e dell’energia elettrica, internet. Ognuna di queste transizioni ha ampliato i confini delle possibilità umane. Vale anche per l’Ai che non è semplicemente l’ennesima rivoluzione industriale; è la rivoluzione tecnologica più dirompente della storia del genere umano. Solo che, per la prima volta non stiamo creando uno strumento per amplificare la nostra forza fisica o la nostra velocità di calcolo, ma stiamo delegando a una macchina una funzione che finora ha definito la specificità stessa dell’essere umano: il pensiero. Ora, queste non sono parole mie, sono parole scritte da un algoritmo a cui ho chiesto di formulare un’introduzione sulla base di alcune semplici indicazioni”. Lo scrive la premier Giorgia Meloni in un suo intervento nel suo intervento all’ultimo G7 ripreso da La Stampa. “La sfida non è soltanto la disinformazione: i falsi, le notizie inventate, i deepfake. È qualcosa di più radicale: quando un sistema di AI produce un testo perfetto, coerente, convincente, ma inventato, chi è in grado di riconoscerlo? Non il cittadino comune. Non il giornalista. Non il tribunale – si legge ancora -. La democrazia funziona perché esiste un accordo minimo su cosa sia un fatto, su chi abbia il diritto di attestarlo, su dove ci si possa rivolgere per contestarlo. Quando quelle certezze scompaiono, non è semplicemente l’informazione a essere in pericolo: è la base comune di realtà che ci consente di discutere razionalmente dei problemi, e di governarli”.
Meloni aggiunge: “Abbiamo bisogno di una bussola morale per non perderci e questa bussola non può che essere un “umanesimo tecnologico” con l’uomo, i suoi diritti e i suoi bisogni, al centro. Ma l’umanesimo tecnologico non può rimanere un manifesto filosofico. Deve farsi azione politica. Se la verità è minacciata dalla post-verità, se l’algoritmo rischia di esautorare l’intelletto, se la macchina rischia di sostituire il lavoratore a tutti i livelli, abbiamo il compito di tracciare e difendere i confini di questa sovranità umana. È un impegno comune che possiamo declinare su tre linee di faglia cruciali, sulle quali desidero conoscere l’opinione dei rappresentanti delle grandi aziende tecnologiche oggi presenti: primo, la dignità del lavoro. Per la prima volta nella storia, la macchina non allevierà semplicemente la fatica dell’uomo, ma c’è il rischio che lo privi del suo lavoro, della sua utilità sociale e della sua stessa identità. Uno shock del genere colpirebbe al cuore il lavoro intellettuale e le professioni cognitive, minacciando di svuotare e impoverire la nostra classe media”.
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